
Durante la videochiamata, alle spalle di Calla Henkel e Max Pitegoff si intravede il teatro protagonista di THEATER: una sala da cinquanta posti a Los Angeles, scoperta quasi per caso. Il film in 16mm segue Kennedy (interpretata da Leilah Weinraub), che acquista il teatro grazie al risarcimento di una società assicurativa. Tenta di costruire una compagnia, tra scioperi, fantasmi e la silenziosa pressione di riuscire a far funzionare qualcosa – qualsiasi cosa. THEATER si sviluppa in continuità con il precedente progetto Paradise (2020–2022), girato all’interno del loro TV Bar berlinese, dove amici-baristi recitavano testi da un gobbo, trasformando il locale in una specie di curioso telegiornale dal vivo. Dopo anni trascorsi nella capitale tedesca, il duo ha portato questa formula a Los Angeles, fondando il New Theater Hollywood. Qui, il teatro diventa al contempo palcoscenico e strumento per esplorare le relazioni sociali nella produzione culturale contemporanea – in una città che, come suggerisce il titolo del film di Thom Andersen, “interpreta se stessa”.
Vorrei iniziare parlando di THEATER (2024– ). Guardando i primi tre episodi, mi è venuto subito in mente il film di Paul Schrader The Canyons (2013), in cui immagini di sale cinematografiche – abbandonate o che si stanno trasformando in altro – aprono e chiudono alcune sequenze narrative come sipari. Mi raccontate come avete scoperto il teatro e come nasce il progetto?
Sapevamo di voler realizzare un film su qualcuno che gestisce un teatro, ma non eravamo ancora veramente pronti a farlo in prima persona. Avevamo appena chiuso TV Bar (2019–2022) ed eravamo esausti dalla quotidianità del locale. Fare un film sull'argomento ci è sembrato il modo più semplice per affrontarlo. Ci siamo imbattuti nel teatro mentre scattavamo delle fotografie per una mostra da Reena Spaulings nel 2023. Su un edificio d’angolo senza finestre, un cartello annunciava semplicemente “Disponibile”. Calla ha deciso di chiamare, e il giorno dopo il proprietario ci ha invitati a visitarlo. Abbiamo portato con noi la cinepresa 16mm: mentre Calla teneva occupato il proprietario, Max ha filmato il più possibile di quel teatro immerso nell’oscurità. Quando siamo usciti, nuovamente abbagliati dal sole di Santa Monica Boulevard, abbiamo capito subito di non avere altra scelta: dovevamo realizzare THEATER, avevamo trovato la location perfetta. Lo spazio ci era sembrato abitato da una presenza – in senso positivo, naturalmente. In un certo senso, è stato proprio il teatro a suggerirci il formato del New Theater Hollywood, quello che avremmo poi aperto lì. Siccome era stato un teatro fin dagli anni Novanta, conservava una serietà quasi assurda, come se portasse il peso di una tradizione da tenere viva – il che rimanda senza dubbio al tuo riferimento a The Canyons. Crediamo che il nostro film THEATER racconti la storia di un personaggio che cerca tenacemente di mantenere viva una fiamma in mezzo a una tempesta, e delle difficoltà che questo comporta. Alla fine, lo spazio fisico e il film risultano: uno non potrebbe esistere senza l'altro.

Siete arrivati a Los Angeles dopo aver vissuto a lungo altrove. Come trovate la città oggi?
Siamo originari di diverse parti degli Stati Uniti e abbiamo vissuto a lungo a Berlino. C’è sempre stata, per noi, una fantasia americana sul West – come di uno spazio in continua espansione, colmo di promesse e possibilità. Ha sempre fatto parte del nostro immaginario e sorprende ritrovarla viva anche nella cultura tedesca. Ma ora che siamo qui, sembra che Los Angeles sia crollata sotto molti aspetti. È decisamente una città post-incendio e post-sciopero degli sceneggiatori. Hollywood si regge perché appesa a un filo. È un buon momento per riflettere sul vecchio desiderio di andare verso ovest. C'è una certa sfacciataggine nel nostro essere qui. A Berlino la nostra pratica rifletteva sull’immagine della città; qui a LA, invece, la rappresentazione della stessa è parte integrante della produzione culturale. Gestire un teatro si inserisce perfettamente nel DNA di una città in cui sono tutti attori. Los Angeles sembra un set cinematografico infinito – anche se ormai si produce molto poco. Ora stiamo collaborando con l'artista Oliver Misraje-Bentley a un progetto con un pullman turistico TMZ, esplorando l'idea letteraria di un gotico californiano, una condizione post-gloria e post-impero. Qui c'è molto da ridefinire. I desideri sono fluidi e il classico sogno hollywoodiano di una casa sulle colline ha perso significato: oggi quelle colline possono bruciare, e quel sogno non è più tanto al sicuro.


In una nostra precedente conversazione, Calla mi ha detto che vi siete ispirati alla tradizione teatrale tedesca, in cui il direttore artistico contribuisce fortemente all'identità dell’istituzione. Potreste approfondire questo aspetto?
Abbiamo sempre ammirato il sistema teatrale tedesco, in cui un regista come Frank Castorf poteva al tempo stesso dirigere un teatro e portare in scena i propri spettacoli. A Los Angeles, invece, i teatri funzionano in modo diverso: si basano per lo più su un sistema di affitti temporanei, senza una reale continuità. Per questo abbiamo deciso di introdurre un modello produttivo in cui l’artista sia anche “produttore” un concetto che a Los Angeles è già piuttosto familiare. In futuro vorremmo arrivare a creare una compagnia stabile, come accade nei teatri tedeschi, con attori e registi che collaborano regolarmente. Non siamo ancora a questo punto con il New Theater Hollywood, ma è il nostro sogno in divenire.



Paradise (2020–22) e THEATER fanno entrambi riferimento a Tennessee Williams. Cosa vi attira del suo lavoro?
A Los Angeles i giovani attori nutrono una particolare ossessione per Tennessee Williams. Le lezioni di recitazione assumono quasi un carattere di culto: si ripetono all’infinito gli stessi testi, con Williams che diventa un riferimento sacro. Inizialmente, in Paradise avevamo chiamato un personaggio Tennessee, giocando sul nome dell’amico che aveva recitato una parte, Tenzing Barshee. Arrivati qui, vedendo la fissazione locale per Williams, abbiamo voluto approfondire consapevolmente il suo lavoro. Williams incarna una qualità “camp” ideale per gli attori, con melodrammi estremi che rispecchiano perfettamente l’ossessione per la recitazione tipica del posto. Venendo dall’arte contemporanea e da Berlino, Williams ci sembrava un autore leggero, non certo un classico. Invece qui questi miti americani sono presi molto sul serio, e il nostro film affronta anche questo. I suoi personaggi vivono spesso sull’orlo del collasso emotivo, riflettendo quel fascino precario di Los Angeles che oggi è particolarmente attuale.


Agli inizi, la critica associava spesso il vostro lavoro all’estetica relazionale. Con il tempo, la vostra pratica si è delineata come molto distante da quell’approccio.
L’estetica relazionale veniva menzionata spesso quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, ma quell’idea ci ha sempre lasciati perplessi. Mentre quel modello porta le relazioni sociali all’interno delle istituzioni artistiche, il nostro lavoro mira piuttosto a creare delle istituzioni autonome, aperte a tutti, senza bisogno di una legittimazione museale. In parole povere, ciò che facciamo deve essere reale, autentico e accessibile a chiunque. TV Bar era aperto ogni settimana, e chiunque poteva entrare a bere una birra – senza dover conoscere la nostra pratica artistica. Il vero motore era la gestione quotidiana del locale. I nostri progetti durano normalmente dai due ai cinque anni, un impegno molto diverso da quello di un bar temporaneo. Questo arco temporale ha introdotto un elemento essenziale di imprevedibilità e di evoluzione organica. Rispondiamo direttamente a ciò che ci circonda, lasciando che narrazioni e idee si sviluppino in modo naturale attraverso ciò che accade, che siano eventi o impreviste e particolari interazioni.


Un altro aspetto centrale dei vostri progetti è, appunto, il lavoro – chi lavora, chi viene pagato. Cosa avete imparato dirigendo TV Bar?
TV Bar è stata un'esperienza intensa, soprattutto perché lo gestivamo durante il periodo del COVID. All'inizio rappresentava un modo per riconquistare una certa indipendenza, dopo aver tentato di lavorare all'interno del sistema della Volksbühne. Col tempo, ci siamo appassionati alla vita del bar, che coinvolgeva quindici baristi, e a tutto il lavoro necessario per costruire delle relazioni lavorative durature. Era quasi una commedia drammatica sul lavoro, in cui il nostro ruolo era profondamente intrecciato con le vite delle persone intorno a noi: sostituire chi non poteva presentarsi a lavoro, fare la spesa, pulire e cose simili. Imparare la regolarità è stata una delle lezioni più importanti. Avevamo un calendario fisso e c’era bisogno di delle buone e solide ragioni per cambiarlo, anche solo per viaggiare. Sapevamo che prima o poi avremmo dovuto alzare i prezzi e far pagare più consumazioni , perché molti bevevano gratis. Non sarebbe stato sostenibile all’infinito, ma ha rappresentato un momento preciso del nostro percorso che, a posteriori, ha segnato la fine della nostra giovinezza. Alla fine volevamo cedere il bar ai dipendenti, ma l’edificio è stato venduto, interrompendo bruscamente quella storia. Gestire il TV Bar è stato soprattutto una questione di impegno e costanza, un’esperienza segnata dallo sfumato confine tra teatro e lavoro.


Qual è il prossimo passo per THEATER?
Stiamo producendo un nuovo episodio che presenteremo quest'anno all'Hammer Museum in occasione della biennale Made in LA. Avere una scadenza ci è d’aiuto. Di recente, la facciata del nostro teatro è stata dipinta di rosso e abbiamo deciso di integrare visivamente questo elemento nella narrazione, introducendo un personaggio che finge di essere un drammaturgo nel tentativo di impressionare un’attrice: affitta il teatro e lo fa dipingere di rosso. Costruiamo continuamente la storia rispondendo direttamente a ciò che ci circonda, mantenendo il racconto flessibile ed in continua evoluzione. Stiamo filmando le prove e il dietro le quinte di tutti gli spettacoli, costruendo un archivio di immagini che alimenta organicamente il nostro racconto in divenire. Il letto rosso di Calla deve essere trasportato ogni volta dalla sua casa al teatro per le riprese – le nostre vite personali e il lavoro, finiscono per intrecciarsi.


Guardando il film, mi è sembrato di riconoscere Arto Lindsay. Non sono sicuro che il suo volto si veda chiaramente, ma quei movimenti delle mani sulla chitarra sono inconfondibili. Era lui?
Sì, era lui! Arto ha suonato in The Rant (2015), uno spettacolo che abbiamo realizzato qui con Karl Holmqvist e Klara Lidén. È arrivato apposta dal Brasile per parteciparvi. Negli anni siamo diventati molto amici. The Rant è stato presentato per la prima volta dieci anni fa, al New Theater originale di Berlino, con Karl, Arto e Klara che si erano occupati anche della scenografia. Lo abbiamo riportato in scena lo scorso anno a Los Angeles, in un contesto molto diverso, con nuovi motivi di protesta. E oggi, di motivi per protestare, non ne mancano.
Calla Henkel e Max Pitegoff sono un duo di artisti che lavorano insieme da oltre un decennio. La loro pratica è radicata nella creazione e gestione di spazi di lavoro artistico, sociale e collaborativo. Attualmente gestiscono New Theater Hollywood, un teatro a Los Angeles. Precedentemente, a Berlino, hanno gestito il TV Bar, un bar e spazio performativo, e il New Theater, negozio in cui scrivevano e producevano spettacoli teatrali con artisti, scrittori e musicisti. La documentazione espansa di questi spazi prende forma tra cinema, fotografia, scultura e scrittura, e traccia le regole o condizioni economiche, politiche e personali sotto le quali può esistere uno spazio condiviso. L'anno scorso, hanno prodotto e ospitato spettacoli di PRICE, Stephanie LaCava, Casey Jane Ellison, Klein, Kalena Yiaueki, David Louis Zuckerman, Colin Self & Diamond Stingily, Jasmine Johnson, Karl Holmqvist/Arto Lindsay/Klara Liden, Ruby McCollister e Lily McMenamy. Una selezione di mostre monografiche del duo include: Fluentum, Berlino; Reena Spaulings, New York; O-Town House, Los Angeles; Galerie Isabella Bortolozzi, Berlino; MAMCO, Ginevra; Fri Art Kunsthalle, Friburgo; Cabinet, Londra; Kunstverein Hamburg, Schinkel Pavillon, Berlino, e The Whitney Museum.
Francesco Tenaglia (Chieti) è un educatore, curatore e scrittore.
All images: Calla Henkel and Max Pitegoff THEATER (2024). Courtesy the artists.