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Free Speech

by Stefano Faoro
testo
10.29.2025
TEMPO DI LETTURA:
5 minuti
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Quel che segue è un dialogo a due voci tra Niloufar Emamifar e Stefano Faoro. Il contributo raccoglie immagini di documentazione della mostra di Emamifar, Disjecta, presentata da Progetto a Lecce, e un testo di Faoro scritto dopo la visita alla mostra e una conversazione telefonica con l'artista. Le due parti sono presentate in parallelo, senza assumere tra loro un rapporto di interpretazione o illustrazione. Il testo è stato tradotto dall'originale inglese da Chiaromonte.

Mi è sempre piaciuto passare l'estate nell'appartamento di famiglia della mia ragazza, a Bari. Credo sia perché lì mi sembra di diventare parte dell'ambiente: le mie resistenze valgono poco di fronte alle forze circostanti. I tappi per le orecchie non bastano contro il frastuono che entra dalle finestre aperte e comunque cadono via subito dopo averli indossati; gli spray anti-zanzare funzionano per pochi minuti, e le docce fredde sono solo un ricordo non appena ci si stende sul materasso caldo. Questa condizione fisica si riflette nell'appartamento: vecchio, un po' consunto, segnato da una trascuratezza gentile e dai decenni trascorsi tra studenti universitari, periodi di abbandono e il nostro passaggio.

Niloufar Emamifar, The Air Conditioner, 2016-2025.

Una volta abbiamo avuto un'invasione di scarafaggi che ci è completamente sfuggita di mano. Eravamo di nuovo nel solito inconveniente: come liberarsi di quegli insetti che corrono ovunque appena accendi la luce, usando veleno pur temendo per l’incolumità della nostra gatta. Alla fine, la mia ragazza è riuscita a eliminarne la maggior parte con una grande bomboletta spray, ed è stato orribile. C’è un tacito accordo sociale: gli scarafaggi devono sparire, ed è legittimo usare armi chimiche. È orribile, se ci si pensa. E a volte viene da chiedersi come nascano questi accordi, cosa possa cambiarli, e per quanto tempo restano validi. Come quelle storie su certe politiche americane che spinsero la gente a mangiare aragoste – considerate disgustose, prima – o cose del genere.

L'appartamento è perfetto per gli scarafaggi: in un altro tipo di società avremmo potuto convivere splendidamente – noi, la gatta e loro – condividendo l'ombra che i muri offrono di giorno, l'acqua corrente e la brezza del primo pomeriggio. Ma non è così: ne abbiamo uccisi alcuni – o meglio, la mia ragazza ne ha uccisi alcuni, e io ho piazzato trappole negli angoli bui e in punti remoti. Dopo qualche giorno erano spariti, non entravano più, e dopo una settimana la gatta aveva smesso di cercarli.

Niloufar Emamifar, Manduria, 2025.

Niloufar Emamifar, Cinema Anita, 2025.

Ma anche quella vita che entra e diventa troppa – così tanta che a volte devi perfino combatterla – è ciò che mi piace di quell'appartamento. Forse è per questo che lì mi sento sempre così produttivo. "Produttivo" è una parola grossa, per uno come me intrappolato in una pratica pseudo-concettuale fatta di troppo rimuginare. Eppure, lì riesco spesso a sedermi e incollare insieme alcuni oggetti trovati, o disegnare, o persino fare qualche acquerello. I lavori che realizzo nell’appartamento sono impregnati dello stesso eccesso di vita – un po' disgustoso, come gli scarafaggi, ma in qualche modo interessante.

Come un frutto molto maturo, quasi marcio: non vecchio, solo troppo esposto. Ci è entrato dentro troppo ambiente e comincia a collassare nella propria polpa. Gli acquerelli che faccio lì hanno qualcosa di turneriano: sono atmosferici, pieni di polvere, fango e bolle d'acqua. Danno le vertigini. O forse dovrebbero darle. Non ne sono sicuro, da quando ho capito di non essere quel tipo di artista che riesce a inventare qualcosa capace di trasmettere una sensazione precisa. Forse nessun artista lo è.

Niloufar Emamifar, The Wolves, 2025.

Niloufar Emamifar, Cinema Anita, 2025.

Ho capito questa cosa di me quando scrivevo di arte, e stavo per commettere gli stessi errori: descrivere con cura spazi o oggetti, sperando di trasmettere un'emozione specifica a chi legge. Non funziona così. Ho deciso di scrivere solo della mia esperienza e dei miei pensieri, sperando che il lettore o la lettrice possa condividerne almeno una parte, o quantomeno trovarli interessanti, magari persino divertenti.

Penso che questa cosa dell'ambiente, e dell'essere come un frutto che marcisce, sia tipica dell'estate al Sud. E credo che molti artisti e molte artiste ci abbiano lavorato sopra. Immagino, perché non puoi evitarlo. Mio fratello dice che il caldo è più democratico del freddo. Credo abbia ragione – anche se ormai l'aria condizionata è ovunque. Non so esattamente perché, ma forse è per il modo in cui il calore ti si attacca addosso in un attimo e resta per tutto il giorno, come uno strato di colla e polvere sulla pelle. Puoi scrollartelo di dosso con una doccia, ma ti salta addosso di nuovo appena esci per buttare la spazzatura la sera – perché se la butti di giorno inizia quasi a cuocersi e diventa una pasta di plastica zuccherina e marcia che, quando ci passi accanto, somiglia al ricordo di un buon odore ormai corrotto. Come noi, la gatta, gli scarafaggi e tutti i mobili dell'appartamento.

Niloufar Emamifar, Manduria, 2025.

Niloufar Emamifar, Manduria, 2025.

E tutto questo marcire che ci coinvolge, che ci si attacca addosso e ci trasforma in una massa indistinta, ha la capacità di erodere ogni confine – o almeno di renderlo sfocato. C'è una sorta di durata imprevedibile in questa condizione ambientale, che prende ogni forma materiale definitiva e la fa collassare in poltiglia. Ed è una bella sensazione.

Penso che anche la gatta lo percepisca – in noi – che siamo più vicini a uno stato naturale. E lei si sente più parte del branco, più uguale, meno vincolata da certe regole sociali. È una bella sensazione: vivere, di tanto in tanto, con una quantità ridotta di legge. O forse abitare lo spazio e anche il tempo, con una rinnovata assenza di proprietà.

Niloufar Emamifar, Cinema Anita, 2025.

Niloufar Emamifar, Cinema Anita, 2025.

Stefano Faoro (1984) vive e lavora a Bologna. Tra le mostre recenti: Affiliate, Bruxelles (2025); Fellow Travelers, Empire, New York (2025); No sleeper seats, that's a mattress, Cherry Hill, Colonia (2024); Files, Backrooms, Kunsthalle Zurich (2024); Students, Caravan, Oslo (2023); Your new room, Fanta, Milano (2022); The young fascist militant, Kunstverein Nürnberg (2022); The one and only, Etablissement D'en Face, Bruxelles (2024); Carefully Unplanned, dépendance c/o Conceptual Fine Arts, Milano (2023); E / G# / D / A# /, NOUSMOULES c/o L'Etoile Endettée, Berlino (2021); Soft Knees, Wiels, Contemporary Art Center Bruxelles (2019). Dal 2021 dirige il programma espositivo itinerante News from Europe, che ha avuto luogo a Bari, Francoforte e Bologna. Dal 2016 è membro della libreria temporanea e programma pubblico Publikationen + Editionen, che ha avuto luogo presso Felix Gaudlitz a Vienna, Shanaynay a Parigi, e in un'ex macelleria a Bruxelles.

Niloufar Emamifar è un'artista multidisciplinare e architetta che vive e lavora a New York. Emamifar ha esposto le sue opere in varie istituzioni, tra cui Künstlerhaus Stuttgart (2023); MoMA PS1, NY (2022); The Renaissance Society, Chicago (2022); SculptureCenter, NY (2021); Hammer Museum, LA (2021); FELIX GAUDLITZ, Vienna (2021); Museum of Fine Arts Houston, Texas (2020); Human Resources, Los Angeles (2019); Maxwell Graham gallery, NY (2018); Los Angeles Contemporary Exhibitions, LA (2017); la Biennale di Architettura di Venezia, Italia (2016). Ha partecipato a programmi tra cui Whitney Independent Study Program (ISP), Capp Street Fellowship presso il Wattis Institute, San Francisco, Core Residency Program presso il Museum of Fine Arts, Houston, Amant Foundation a New York, e London College of Communication a Londra. Emamifar ha conseguito un BFA in Architettura (2012) presso la Soore School of Architecture di Tehran, Iran e un MFA in Studio Art (2018) presso l'University of California, Irvine.

Foto: Simon Veres.


Courtesy dell'artista e di Progetto, Lecce.

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