
“Disponibile per la prima volta in video”, recita la copertina di Mike V.'s Greatest Hits, documentario in VHS del 2003. “Mike Vallely, leggenda dello skateboard duro e puro, se la prende con guardie di sicurezza, poliziotti e sportivi da palestra, in una raccolta densa d’azione e di giustizia di frontiera”. E poi: “Se ti metti contro lo skateboard, ti metti contro Mike V”.
Per gran parte della sua carriera, Mike Vallely ha ricoperto il ruolo – auto-attribuito – di arbitro dello skateboard: Chad Muska lo definì ironicamente “la guardia di sicurezza dello skate”. Per tutta la vita, ha affrontato chiunque indossasse un’uniforme, altri skater che infrangevano codici non scritti, wrestler professionisti, sconosciuti nei parcheggi e, forse più di ogni altro, sé stesso. Gli anni Novanta segnarono un momento particolare per lo skateboard e, più in generale, per la cultura americana. L’era Clinton è spesso ricordata come un placido intermezzo di prosperità economica e relativa stabilità politica, nel corso del decennio covò una corrente sotterranea di aggressività, che finì per cristallizzarsi nella figura del punk outsider che cercava la catarsi in forme di ribellione relativamente codificate. Alcuni erano attratti dallo skateboard per la fluidità e la grazia simile alla danza; altri apprezzavano la sua espressività come alternativa rispetto agli sport tradizionali. Una piccola ma influente minoranza, invece, lo considerava un teatro del dolore.
La carriera di Mike V. nello skateboard iniziò sotto i migliori auspici. A sedici anni attirò l’attenzione della Powell Peralta, azienda leader del settore, ed entrò a far parte del loro roster come rider amatoriale. Apparve in Public Domain e ottenne una parte da solista in un video che avrebbe definito gli standard del settore – il tutto pur essendo un perfetto sconosciuto proveniente da Edison, nel New Jersey, una località lontana dall’epicentro dello skateboard quanto un paese del blocco sovietico. Dopo che il regista Stacy Peralta e l’art director Craig Stecyk gli chiesero di attraversare un cimitero per la sua parte in Public Domain – una sequenza che lo rese oggetto di scherno –, Mike V. lasciò la compagnia per firmare con World Industries, una giovane azienda che avrebbe presto guidato la transizione del mondo dello skateboard dal vert skating, con i suoi colori fluorescenti e la sua teatralità, allo street, con i suoi pantaloni larghi e la sua ricerca di autenticità. Anche lì, Mike V. rimase un outsider: il suo malessere suburbano si conciliava a fatica con l’ironia corrosiva e l’etica hip-hop dell’azienda.

Per molti versi, la carriera di Mike V. ripercorre una costellazione di rancori: il risentimento verso Peralta per la sequenza del cimitero; l’animosità nei confronti di Steve Rocco, fondatore della World Industries, per aver pubblicato un annuncio caustico dopo la sua partenza; l’amarezza verso l’ex amico Ed Templeton per il fallimento della loro azienda di tavole, la Television; e, più in generale, l’indignazione verso l’industria dello skateboard per averlo frainteso, tradito e compromesso nella sua autenticità.
A metà degli anni ’90, tuttavia, Mike V. intraprese una strada tutta sua, rivolgendosi direttamente al pubblico. Trasformò i suoi rancori accumulati in una sorta di personaggio heel – prendendo in prestito il vocabolario del wrestling professionistico –, un antagonista deliberato, concepito per assorbire colpi e offrire catarsi. Questa identità gli si adattava, naturalmente: Mike V. si era sempre presentato come un outsider. In quel periodo si riunì con Powell, molto tempo dopo che l’importanza culturale dell’azienda era diminuita, quando era ormai fuori moda. Sfruttando le reti di distribuzione e i canali di passaparola della sottocultura, iniziò a girare il Paese per mettere in scena grandi spettacoli. Le sue apparizioni nei contest divennero famose per la loro imprevedibilità: spingeva costantemente i luoghi dell’evento al limite delle loro possibilità strutturali, lanciandosi dalla “corda superiore” (cioè le travi delle arene sportive) nei quarterpipe, oppure rinunciando del tutto allo skateboard per eseguire un front flip sul cofano di un’auto.
L'aspetto più sorprendente del lascito di Mike V. è la vastissima documentazione dedicata alla sua figura... C’è Sponsored (2001), prodotto da etnies, che gli permise di rivendicare la sua versione dei fatti rispetto alle, a suo dire, distorsioni volute dall’industria dello skateboard. C’è DRIVE: My Life in Skateboarding (2002), che racconta i suoi pellegrinaggi globali dedicati allo skateboard, poi ampliato in una serie televisiva andata in onda dal 2004 al 2008. Ci sono progetti autoprodotti come Suburban Diners (1994), che documenta i suoi viaggi attraverso il paese e il tour giapponese con Steve Caballero. Diventò una presenza fissa nell’universo mediatico di Bam Margera, prima nei video CKY e poi in Viva La Bam di MTV, dove tentò di affrontare una ruspa. Partecipò regolarmente a video didattici, insegnando ai ragazzi come eseguire un ollie e altre tecniche rapide e “sporche” per massimizzare lo spettacolo. Io stesso imparai da lui i boneless, ma non mi riuscirono mai.

E poi c’è Mike V.'s Greatest Hits (2003). Gli anni novanta e i primi duemila furono un paesaggio mediatico particolare, in cui le videocassette VHS, se distribuite nel modo giusto, raggiungevano i consumatori target, ottenendo un’influenza capillare senza la patinatura della cultura di massa. Ricordo di essere rimasto sveglio fino a tarda notte per intravedere tette sfocate nello show di Howard Stern, circondato da pubblicità di Girls Gone Wild e compilation di wrestling amatoriale (a cui, per inciso, partecipava anche lo stesso Mike V., con puntine e sedie pieghevoli). Lo skateboard aveva sviluppato un’infrastruttura di distribuzione parallela attraverso cataloghi per corrispondenza come CCS, negozi di skate e riviste. Io acquistai il mio primo video di skateboard semplicemente inviando denaro contante a un’azienda e confidando che avrebbero accolto la mia richiesta. E così fu.
Mentre la maggior parte degli skater professionisti si concentrava sul progresso tecnico o sull’innovazione estetica, altri si indirizzarono verso il vaudeville – verso un intrattenimento più diretto e accessibile. Questa divenne la traiettoria di Mike V., che incanalò la propria aggressività per conquistare i ragazzi emarginati del pubblico del wrestling e altri amanti della violenza. Mike V.'s Greatest Hits incarna perfettamente questo approccio: Mike V. racconta i suoi più celebri scontri, accompagnato dai commenti di Tony Hawk, Chad Muska e di sua moglie Ann. Gli episodi hanno titoli come “L’incidente Muska”, “Il boicottaggio in Germania”, “La rissa alla Wembley Arena” e “Il pestaggio CKY 3”. Il documentario contiene anche momenti di inaspettata tenerezza, come un incontro di wrestling inscenato nella sua cucina con la figlia di quattro anni, che lo colpisce con una lattina di soda. Con la testa rasata, il pizzetto e gli avambracci muscolosi, appare come una versione do-it-yourself di Stone Cold Steve Austin, ma più devoto al sacrificio fisico. “Sono andato alla scuola di wrestling cinque o sei volte”, spiega davanti alla telecamera. “Ho imparato alcune nozioni base, ma non le uso mai nei miei incontri. I miei incontri erano pugni, calci… insomma, armi.”
Mike V. si è, in un certo senso, evoluto. Dopo aver subito gravi traumi cranici, ora indossa un casco. La sua selezione di trick anticonvenzionali persiste, così come la sua tendenza all’automitizzazione in video autoprodotti. C'è qualcosa di visionario – o addirittura astratto – nella sua parte in Label Kills (2001), in cui spinge la tavola senza sosta per diversi minuti, senza eseguire quasi nessun trick: una meditazione sul movimento e sulla velocità che comunica un’intensità interiore bruciante più di quanto qualsiasi singolo trick potrebbe esprimere. Ma come molti suoi contemporanei, è inevitabilmente entrato a far parte dell’economia della creazione di contenuti. È un padre di famiglia con un rispettabile taglio di capelli spettinato, che collabora con la figlia nell’impresa familiare di produzione video. In un certo senso, Mike V. è rimasto fondamentalmente lo stesso: è sempre stato uno che prendeva il microfono (ha persino guidato una recente incarnazione dei Black Flag) e il mondo ha solo reso quel microfono più grande e più accessibile.
Se qualcosa è rimasto di quel ragazzino di Edison che non voleva attraversare un cimitero, è il suo rapporto con lo skateboard stesso, al tempo stesso strumento e avversario. Questo dualismo si manifesta nel gesto performativo che preferisco nel repertorio di Mike V., che potremmo anche chiamare un trick. Appare in vari contesti, alcuni coreografati, altri spontanei. A volte non riesce a completare un trick, a volte abbandona intenzionalmente un air su una mini ramp, a volte cade violentemente, rialzandosi con il sangue che gli cola sul viso. Qualunque siano le circostanze, Mike V. lancia la sua tavola verso il cielo facendola ruotare in aria , come una ruota di una roulette sporca e coperta di grip tape. Poi la colpisce con un pugno.

Sam Korman è editor di PLANK, una rivista di skateboard. Vive a Brooklyn, New York.
All images courtesy Archivio Slam Jam.