
In una rapida sequenza, una serie di immagini sfreccia sullo schermo. Appaiono velate, come intraviste attraverso uno strato semi opaco, e si sovrappongono fino a creare una sorta di materia grigia, un rumore visivo. A tratti, la nitidezza di una o più figure aumenta, come se il velo si fosse sollevato per un istante. Allora emergono delle forme: dapprima edifici, poi segni, lettere di diversi alfabeti, frammenti di testo, simboli, persino il Cookie Monster di Sesame Street. Nella parte inferiore dello schermo un insieme di parole vibra in una nuvola di testo in continuo movimento: “libro”, “edificio”, “auto”, “schermo del computer”, “personaggio”. A un certo punto, la parola “personaggio” si ingrandisce e rimane in primo piano, imponendosi sulle altre.
Il video si intitola Dream decoding from human brain e documenta la decodifica del contenuto semantico di un sogno a partire dall’attività cerebrale registrata nella corteccia visiva di un soggetto addormentato1. La corteccia visiva è la regione del cervello che risponde selettivamente a specifiche categorie semantiche visive – come, ad esempio, “volto”. Le immagini corrispondono alle diciotto categorie semantiche riconosciute dal sistema di decodifica addestrato – le stesse parole che compaiono nella parte inferiore dello schermo – i cui punteggi di probabilità oscillano e si riflettono nella variazione di dimensione di ciascun termine. È per questo che “personaggio” è diventato più grande degli altri. Infatti, nel resoconto verbale successivo, il sognatore racconta di aver visto dei “personaggi” mentre scriveva un saggio all’interno del sogno. Tuttavia, ci si potrebbe chiedere se queste immagini non abbiano semplicemente innescato delle attivazioni neurali nella corteccia visiva simili a quelle di altre categorie affini (il che potrebbe, forse, spiegare la presenza di Cookie Monster).
Kamitani Lab, “Dream Decoding from Human Brain,” https://www.youtube.com/watch?v=inaH_i_TjV4&ab_channel=KamitaniLab.
KamitaniLab, Dream decoding from human brain. https://www.youtube.com/watch?v=inaH_i_TjV4

In un altro video caricato sullo stesso account YouTube, Deep image reconstruction: natural images, lo schermo è diviso in due2. A sinistra scorrono in successione fotografie pixelate di animali – un gufo, un’anatra, un cigno, un granchio, un leopardo. A destra, invece, un’immagine sfocata sembra faticare a prendere forma in risposta alle fotografie mostrate sul lato sinistro. Vibranti, quasi vive, le immagini lampeggiano in un movimento non del tutto fluido, che si stabilizza gradualmente verso la fine, come se l’immagine si stesse coagulando su un substrato. Le immagini a destra non sono figurative. Ho provato a guardarle coprendo con una mano le immagini di riferimento e mi è stato impossibile riconoscere cosa quelle forme volessero rappresentare. Non erano altro che sagome astratte, sfumature di colore, linee mobili che non si componevano mai in oggetti riconoscibili. La rappresentazione sfuggiva, elusiva, come sabbia tra le dita.
Kamitani Lab, “Deep Image Reconstruction: Natural Images,” https://www.youtube.com/watch?v=jsp1KaM-avU&ab_channel=KamitaniLab.
KamitaniLab, Deep image reconstruction: Natural images. https://www.youtube.com/watch?v=jsp1KaM-avU&t=1s

KamitaniLab, Dream decoding: Experimental protocol of sleep experiment. https://www.youtube.com/watch?v=1ZHGya5EUO8
Tuttavia, quando vengono affiancate alle immagini di riferimento – le fotografie che il soggetto stava osservando durante la scansione fMRI – iniziano a emergere chiare corrispondenze: una somiglianza lontana, un vago eco di palette cromatiche condivise, o schemi di luci e ombre in zone simili dell’inquadratura. È come se un’immagine permettesse di leggere l’altra. Resta però incerto quanto di questa somiglianza sia realmente inscritto nell’immagine e quanto, invece, venga proiettato dallo spettatore, che colma le lacune della leggibilità attraverso desiderio, memoria o processi inferenziali. Prese singolarmente, le immagini appaiono prive di senso; messe una accanto all’altra, diventa possibile “vederci” qualcosa.
Nel 2013, la rivista Science ha pubblicato un articolo che da allora è stato citato centinaia di volte: un gruppo di ricercatori giapponesi aveva messo a punto un metodo innovativo per decodificare le immagini mentali durante il sonno3. Il primo video si riferisce a questa pubblicazione, mentre il secondo a un altro articolo pubblicato nel 2017 dagli stessi ricercatori4. All’epoca sembrava che stessero aprendo una nuova frontiera scientifica: la ricostruzione neurale delle immagini oniriche. Grazie a una sintesi tra risonanza magnetica funzionale (fMRI) e apprendimento automatico, riuscivano a catturare il contenuto dei sogni risvegliando i soggetti durante lo stato ipnagogico: chiedendogli di rievocare le immagini oniriche, addestravano poi i decodificatori sui dati fMRI, i quali erano correlati agli stimoli visivi provenienti da database di immagini lessicali, come WordNet e ImageNet.
Tomoyasu Horikawa, Masako Tamaki, Yoichi Miyawaki e Yukiyasu Kamitani, “Neural Decoding of Visual Imagery During Sleep,” Science 240, n. 6132 (2013): 639–42. I ricercatori sono affiliati ai Laboratori di Neuroscienze Computazionali ATR del Giappone, al Nara Institute of Science and Technology e al National Institute of Information and Communications Technology.
Guohua Shen, Tomoyasu Horikawa, Kei Majima e Yukiyasu Kamitani, “Deep Image Reconstruction from Human Brain Activity,” PLOS Computational Biology, 28 dicembre 2017, https://www.biorxiv.org/content/10.1101/240317v1.
In un terzo video YouTube, che mostra il protocollo dell’esperimento, i soggetti sono distesi all’interno di uno scanner fMRI in una stanza buia e silenziosa, con la testa stabilizzata per ridurre al minimo i movimenti, mentre una polisonnografia simultanea (PSG), tramite elettrodi posizionati sul cuoio capelluto e sul viso, monitora le fasi del sonno5. Indossano cuffie attraverso le quali i ricercatori possono svegliarli con la voce, mentre un microfono registra i resoconti dei sogni subito dopo il risveglio. Questo procedimento viene ripetuto circa duecento volte per soggetto, senza alcun tipo di intervento invasivo.
Kamitani Lab, “Dream Decoding: Experimental Protocol of Sleep Experiment,” https://www.youtube.com/watch?v=1ZHGya5EUO8&ab_channel=KamitaniLab.
Utilizzando algoritmi di apprendimento automatico per analizzare i modelli di attività cerebrale nella corteccia visiva e identificare quali informazioni visive una persona stesse percependo, i ricercatori hanno raggiunto un’accuratezza statisticamente significativa nella previsione delle categorie dei contenuti dei sogni. In particolare, nelle aree visive, i modelli decodificati risultavano strettamente allineati con i resoconti verbali dei partecipanti, fornendo prove convincenti e gettando le basi per una futura mappatura delle immagini mentali durante il sonno.
Le tecniche di ricostruzione delle immagini sono passate dalla semplice decodifica e mappatura dell’attività cerebrale in specifiche aree visive, a metodi più sofisticati basati su reti neurali profonde e modelli generativi. Questi ultimi, traducono i segnali cerebrali in rappresentazioni latenti, producendo immagini attraverso strumenti come le reti generative avversarie e i modelli di diffusione. Tali tecniche si avvicinano sempre più all’esternalizzazione della percezione soggettiva, promettendo applicazioni significative nella valutazione psicologica e nelle interfacce cervello-computer. Eppure, nonostante i progressi in termini di fedeltà, questi sistemi rimangono vulnerabili ai bias – determinati non solo dai dati, ma anche dalle prospettive intrinsecamente non neutrali degli esseri umani che li progettano e addestrano – e ai dilemmi etici, in particolare quelli legati alla privacy e al consenso6.
Con la diffusione dei dispositivi EEG per uso consumer (come, ad esempio, la fascia Muse commercializzata), la raccolta di dati neurali sta uscendo dagli ambienti clinici e di ricerca per entrare nei contesti domestici quotidiani. Questo cambiamento solleva importanti questioni relative alla proprietà dei dati, alla trasparenza e al rischio di utilizzo improprio. Un rischio principale consiste nell’estrazione non autorizzata di contenuti mentali interni senza un consenso pienamente informato. Allo stesso tempo, l’interesse crescente verso concetti come la “pubblicità nei sogni” suggerisce una seconda possibilità preoccupante: l’intrusione di interessi privati o commerciali nella mente, dove attori esterni potrebbero tentare di influenzare o modellare gli stati mentali attraverso stimolazioni mirate o l’incubazione di contenuti. Questi doppi rischi – menti sia lette che “scritte” – sottolineano l’urgenza di forti tutele etiche per proteggere l’integrità dei domini mentali e cognitivi degli individui. Per ulteriori informazioni sulla pubblicità nei sogni, vedi Dustin Marlan, “The Nightmare of Dream Advertising,” William and Mary Law Review 65, n. 2 (2023): https://scholarship.law.wm.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=4005&context=wmlr; Robert Stickgold, Antonio Zadra e AJH Haar, “Advertising in Dreams Is Coming: Now What?,” Dream Engineering, 7 giugno 2021, https://dxe.pubpub.org/pub/dreamadvertising/release/1.
Oggi, un corpus scientifico più ampio, internazionale e sperimentale – che si estende dalla Cina ai Paesi Bassi, dall’Iran agli Stati Uniti – è guidato da un’ambizione condivisa: rendere visibili le immagini sfuggenti della nostra mente e costruire un canale audiovisivo diretto tra cervello e macchina. Si tratta della rinascita di un’antica aspirazione secolare, che trovò una prima espressione negli esperimenti fotografici ispirati all’invenzione dei raggi X, e che fu successivamente narrata con sorprendente chiaroveggenza in film come Strange Days (1995) di Kathryn Bigelow. La storia della tecno-scienza non è lineare né progressiva, ma ricorsiva, ridondante, caratterizzata da ritorni e rianimazioni. Il nostro presente non è mai pienamente presente, poiché la sua stessa condizione è abitata dalla ripetizione di passati irrisolti e dai fantasmi di futuri perduti. Possiamo mettere in primo piano la natura circolare e caleidoscopica dell'immaginazione tecnologica – la capacità umana di concepire e proiettare nuove possibilità speculative attraverso le innovazioni della tecno-scienza – poiché essa sembra ritornare, di secolo in secolo, a certe fantasie che agiscono come magneti, generando i propri campi gravitazionali.
Nella logica spettrale della storia, ciò che un tempo veniva liquidato come pseudoscienza o pensiero magico può riemergere come l'architettura del domani, come se la scienza non fosse altro che un ouroboros intento a divorare incessantemente la propria coda. Le finzioni che strutturano il nostro presente possono essere decostruite rifiutando di respingere il fantasma, rifiutando di dichiarare chiuso e risolto il passato, restando invece attenti a ciò che non è stato realizzato. Dobbiamo dunque considerare gli esperimenti contemporanei di decodifica neurale non soltanto come imprese computazionali innovative e dirompenti, ma come echi, risonanze, di un desiderio storico che non ha ancora conosciuto realizzazione.
Infatti, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, una proliferazione di scienziati, mistici ed eccentrici tentò di imprimere i propri pensieri su lastre fotosensibili. Tutti cercarono di catturare l’immateriale e l’invisibile con l’aiuto delle tecniche fotografiche emergenti e/o di altri apparati elaborati.
In Francia, due ferventi sostenitori, Hippolyte Baraduc e Louis Darget, si dedicarono alla cattura fotografica dei “raggi V” invisibili, dove la “V” stava per “fluidi vitali”. Inventarono la “radiografia portatile”: una scatola con una lastra sensibile fissata alla fronte con una fascia, concepita per ricevere i “psichiconi” – un neologismo nato dalla combinazione di psyché e icone – immagini luminose e vivide del pensiero. Darget, ufficiale dell’esercito francese e fotografo dilettante, cercò di fotografare le emanazioni stesse del pensiero. Per lui, la mente irradiava una forza tangibile, quasi materiale. “Quando l’anima umana emette un pensiero,” scrisse, “esso fa vibrare il cervello, che irradia il fosforo in esso contenuto, e i raggi vengono proiettati verso l’esterno”7. In un esperimento, tentò di proiettare l’immagine mentale di una bottiglia su una lastra fotografica. “Sembra,” annotò, “che la forma della bottiglia che ho deliberatamente trattenuto nella mia mente sia stata proiettata sulla lastra, luminosa, attraversando la cavità cranica come i raggi X”8.
Darget citato in Charles Proth, La Photographie transcendantale (Parigi: Librairie nationale, 1911).
Commandant Tegrad [pseudonimo di Darget], “Photographie des radiations psychiques,” Le Spiritualisme moderne, n. 2 (20 gennaio 1899): 18, citato in Clément Chéroux, “La photographie des fluides: un alphabet de rayons invisibles,” in Le Troisième œil: La photographie et l’occulte (Parigi: Gallimard, 2004), 118.

Louis Darget, Dream Photograph: The Eagle, fluidic photograph of thought, gelatin silver print, 25 June 1896. Institut für Grenzgebiete der Psychologie und Psychohygiene, Freiburg im Breisgau. Copyright of IGPP, Freiburg.
Nel 1896, Darget rivolse la sua attenzione verso il sonno. Posizionando una lastra fotografica sulla fronte della moglie mentre dormiva, ottenne un’immagine sotto la quale scrisse: “Fotografia del sogno. L’Aquila”. Un articolo del 1913 sul New York Times raccontava come questa scoperta avesse suscitato fascino nei circoli scientifici di Vienna e Berlino9.
“Tells New Marvels of Thought Photos,” The New York Times, 2 febbraio 1913, 4, https://www.nytimes.com/1913/02/02/archives/tells-new-marvels-of-thought-photos-major-dargets-alleged-discovery.html
Baraduc, specialista in terapie elettromagnetiche presso l’Ospedale della Salpêtrière e discepolo del neurologo Jean-Martin Charcot, collaboratore e affine spirituale di Darget, avrebbe poi pubblicato The Human Soul: Its Movements, Its Lights (1913). Questo libro descriveva nel dettaglio sia le sue tecniche sia le numerose fotografie e sperimentazioni che ne erano derivate. Ha messo in guardia dal ridurre l’esistenza a ciò che l’occhio umano poteva percepire, insistendo sul fatto che la vera conoscenza richiedesse di penetrare un livello più profondo, un “piano sopraterreno”. Per lui, fotografare l’invisibile era una ricerca filosofica e spirituale – un modo per intravedere la vita nella sua interezza e riconciliare scienza e misticismo.

Louis Darget, Photo de la pensée […], fluidic photograph of thought, gelatin silver print, n.d. Institut für Grenzgebiete der Psychologie und Psychohygiene, Freiburg im Breisgau. Copyright of IGPP, Freiburg.
Queste fotografie – spettrali, magnetiche, oscure – resistono all’analisi empirica, eppure catturano l’immaginazione. Per noi, il loro significato non risiede nell'accuratezza scientifica, bensì nelle domande che sollevano. La loro ambiguità e resistenza a un’interpretazione definitiva gli ha conferito un potere speculativo: hanno incarnato il sogno di rendere visibile il mentale. Forse, le immagini astratte degli scienziati giapponesi battevano già nel cuore degli “psichiconi”, in uno stato virtuale in attesa della propria attualizzazione? Come ricorda Franco “Bifo” Berardi con il suo concetto di futurability, il presente vibra di futuri latenti: “I futuri sono inscritti nel presente come possibilità immanenti, non come evoluzioni necessarie di un codice”10. L’ambizione dei due francesi viene oggi aggiornata tecnologicamente attraverso l’intelligenza artificiale: esiste una continuità spettrale tra gli “psichiconi” di Baraduc e Darget e i risultati dei moderni decodificatori neurali. Questa “oniroscopia” – un tempo congettura, scienza poetica ai margini – si sta ora avvicinando a una fattibilità materiale? E che cosa ci rivela questa ossessiva utopia scientifica – che attraversa decenni e geografie – sul nostro rapporto con la visione e sulla nostra dipendenza da essa?
Franco “Bifo” Berardi, Futurability: The Age of Impotence and the Horizon of Possibility (Londra: Verso, 2017), 20.
In quest’ottica, le scoperte neurotecnologiche legate all’intelligenza artificiale e le lastre luminose di Baraduc e Darget non sono poi così lontane. Entrambe sono animate dalla stessa ambizione: varcare il confine tra visibile e invisibile, dare forma a ciò che sfugge alla rappresentazione. Da dove nasce questa ossessione – quasi paranoica – di catturare ogni cosa in immagini, di cancellare ciò che resta fuori, o al di là, del campo visivo? Non è forse questo il primo passo verso un futuro privo di immaginazione, senza privacy e persino pensiero astratto?
La ricerca contemporanea sulla decodifica neurale potrebbe portarci a chiederci se la tecnologia sia, come sosteneva il sociologo Max Weber, semplicemente uno strumento per disincantare il mondo, privandolo di finzione e fantasia. Nel caso di Darget e Baraduc, la lastra fotografica restava uno strumento tecno-magico, capace di aprire le porte a una sorta di estasi mistica o a un’esperienza ontologica significativa, dimostrando l’esistenza di una realtà spirituale nascosta ai nostri occhi. Oggi, l’intelligenza artificiale rischia di cancellare del tutto l’invisibile, ossia di fornire a ogni pensiero e a ogni idea una copia visibile, portando a compimento la tirannia della trasparenza e della letteralità in cui già viviamo, riducendo le infinite possibilità dell’immaginazione alle possibilità finite della visione. Il sogno della visibilità totale minaccia di far crollare la fertile ambiguità del pensiero sotto l’autocrazia della rappresentazione. Ma alcuni ambiti richiedono non esposizione, bensì opacità: per conservare la possibilità di sognare, dobbiamo difendere il diritto a non essere visti.
Tuttavia, se c’è qualcosa che attraversa e accomuna gli psichiconi con la loro versione contemporanea, figlia dell’intelligenza artificiale, e che forse può offrirci un barlume di speranza, è il modo in cui questo corpus di immagini rivela i limiti della leggibilità e dell’interpretazione visiva. Il rapporto tra informazione e rumore nelle immagini ottenute dagli esperimenti ci invita a riflettere sul ruolo della “volontà di vedere” in tutto questo. Quanto è proiezione dell’occhio che guarda e quanto è realmente visibile? In che misura la fiducia nei progressi tecnologici influenza la capacità rappresentativa di queste immagini? Forse è proprio in ciò che sfugge a queste visioni – nel rumore, nella sfocatura, nell’astrazione – che risiedono gli ultimi residui di immaginazione e libertà.
Gala Hernández López è un’artista, regista e ricercatrice. La sua pratica interdisciplinare combina la realizzazione di film con la creazione di installazioni video, performance e pubblicazioni. In particolare, il suo lavoro analizza criticamente le nuove modalità di soggettivazione prodotte dal capitalismo computazionale. Indaga gli immaginari che circolano nelle comunità virtuali, i desideri e i futuri veicolati dalle tecnologie dirompenti, nonché le nuove tecno-utopie reazionarie come finzioni condivise che popolano il nostro inconscio collettivo. Le sue opere si fondano sulla ricerca, combinando analisi materialista e poesia, intimità e sogno, con l’obiettivo di dissezionare le fantasie di un controllo tecno-scientifico illimitato sulla realtà.Il suo lavoro è stato presentato in festival e istituzioni internazionali come Cannes, Berlinale, DOK Leipzig, IndieLisboa, Berlinische Galerie, Cinéma du Réel, Palais de Tokyo, Tabakalera, transmediale, Kurzfilmtage Winterthur, FRAC Île-de-France, iMAL e il Salon de Montrouge, tra gli altri. Il suo film La Mécanique des fluides ha vinto nel 2024 il César per il miglior cortometraggio documentario. Tiene regolarmente workshop, lecture performative e conferenze in sedi quali Beaux-Arts de Marseille, BAU, The Photographers’ Gallery, Locarno Film Festival, Harvard University, Goldsmiths University of London, University of British Columbia e University of Michigan.