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La densità di un’ora

Jiajia Zhang and Aurelia Guo
conversazione
10.14.2025
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10 minuti
La densità di un’ora

La pratica di Jiajia Zhang indaga le relazioni tra gli spazi della sfera pubblica e privata. La sua recente mostra alla galleria Cordova di Barcellona aveva come tema la natura frammentaria del tempo, un interrogativo che ha trovato eco nel lavoro della scrittrice e ricercatrice Aurelia Guo, autrice di World of Interiors (2022), attualmente impegnata sulla sceneggiatura del prossimo film di Zhang, Tables, Doors, Songs. Guo intreccia ricerca, autobiografia, collage e appropriazione. «Scrivo dei cicli economici della ricchezza e della povertà», spiega, «così come dei migranti, dei turisti e dei rifugiati». In questa conversazione, le due artiste esplorano le aree di sovrapposizione tra le loro pratiche e le loro esperienze di tempo e spazio tra Cina, Svizzera, New York e Londra. Zhang ha realizzato le fotografie che illustrano il testo a Shanghai, dove ha girato il suo ultimo film.

Jiajia Zhang

Quando ho iniziato a lavorare al mio progetto Tables, Doors, Songs – titolo ancora provvisorio – ero incinta da poco. Con l’evolversi del progetto, e soprattutto dopo la nascita di mia figlia, la mia percezione del tempo è completamente cambiata. È diventata una nuova architettura che si sovrapponeva a tutto il resto: il tempo dell’allattamento, il tempo del lavoro frammentato e scandito dai suoi ritmi. Ho fatto una mostra personale quando aveva sette mesi; il tempo si è letteralmente frantumato.

Aurelia Guo

Hai lavorato molto sul tema del tempo e degli orologi nella mostra Duty Free, presentata alla galleria Cordova di Barcellona: dagli orari di apertura irregolari sulla porta, alle confezioni di orologi da parete applicate sul soffitto di una delle stanze. Il tempo è una dimensione centrale anche in molte immagini del progetto che mi hai inviato: si percepisce nei genitori anziani al mercato matrimoniale del parco, nelle loro aspettative sui figli e nella trasmissione di queste ultime da parte delle generazioni future. La piazza del Popolo – che prima del 1949 era un ippodromo – oggi è un mercato matrimoniale dove, ogni fine settimana, i genitori si ritrovano per cercare un partner per i figli. È incredibile pensare che un tempo fosse una pista per l’ippica. In World of Interiors ho riflettuto sui cavalli come creature forti e al tempo stesso “animali da preda”, la cui sopravvivenza dipende dalla fuga. L’ippodromo, in questo senso, rende il tempo una misura esplicita e quantificabile di successo e fallimento.

Jiajia Zhang

Durante le riprese a Shanghai ho vissuto nella periferia della città, in un appartamento quasi vuoto e appena arredato. L’isolamento era sorprendente: complessi residenziali recintati si susseguivano lungo l’autostrada, lontano dal vivace centro della città. Al contrario, il centro scintillante di Shanghai proiettava l’illusione di connessione con il resto del mondo, ma tornare alla periferia rivelava una realtà diversa: un’enorme distesa urbana dove la densità conviveva con una profonda alienazione. Quell’esperienza mi ha resa più consapevole della tensione tra centro e periferia, e di come queste geografie mutevoli plasmino tanto il senso di appartenenza quanto quello di spaesamento. Ci guidavano tra periferia e centro autisti migranti, molti dei quali vivevano in condizioni legali ed economiche precarie. Eravamo una piccola troupe – solo io, il mio compagno dietro la macchina da presa e nostra figlia, che a volte appare nel film – ci siamo spesso trovati in una prossimità silenziosa con le loro vite. In auto, ascoltavo le loro telefonate: dicevano “buonanotte” a figli che non vedevano da mesi, chiedevano dei compiti, scambiavano rapide e tenere attenzioni a distanza.

Alcuni ci hanno raccontato le loro storie: ex stilisti di moda, lavoratori che avevano vissuto in Giappone sotto contratti restrittivi, qualcuno era appena arrivato a Shanghai. Molti non conoscevano le strade, non solo perché la città cambia in continuazione – le vie vengono rinominate di frequente – ma anche perché erano nuovi in questa immensa distesa urbana. Le loro vite sembravano scandite da un tempo, che era insieme dilatato e compresso: turni da quattordici ore che li facevano assopire al volante, nella speranza di guadagnare abbastanza per poter tornare a casa, anche solo per poco. Questi spostamenti tra periferia e centro, compiuti da persone le cui vite restano sospese tra più luoghi, sono diventati un filo silenzioso che ha attraversato il mio modo di vivere e filmare la città.

Aurelia Guo

Ho vissuto un'esperienza simile quando sono stata ospite da mia cugina a Shanghai. È l’unica della mia famiglia allargata ad aver migrato all’interno del Paese – da Harbin a Shanghai – mentre suo padre è originario di lì. Ha comprato il suo appartamento dopo averlo visto pubblicizzato in televisione, prima ancora che fosse costruito, e le è stato consegnato completamente arredato. Mi ha raccontato che gli appartamenti dell’intero isolato erano identici, dentro e fuori. Mi affascinavano i lampadari, le superfici specchiate, le cabine armadio e altri elementi che associavo ai reality show: programmi americani in syndication trasmessi in Australia negli anni Duemila.

Le tue parole mi hanno fatto riflettere anche su come i centri urbani attraggono così tante persone – comprese quelle che restano ai margini o in condizioni di vulnerabilità, e che raramente diventano figure centrali in seguito, che si tratti di finanza, commercio o delle industrie culturali della moda, dell’editoria o dell’arte. C’è qualcosa nelle auto in movimento che rende possibili conversazioni che altrove non avverrebbero. Le automobili possono anche trasportarti senza soluzione di continuità attraverso zone di legalità e illegalità, verso mercati periferici dove si vendono DVD pirata o borse contraffatte, gestiti da persone che possono avere o meno le carte in regola. Non hanno uffici nei grattacieli. Tutto questo mi riporta al mio rapporto con Harbin, che ho posto al centro di un saggio nel mio libro World of Interiors. È una città periferica, provinciale, eppure conta più di dieci milioni di abitanti. Esiste come città solo dalla fine del diciannovesimo secolo – appena poche generazioni nella storia di una famiglia, non che la mia sia necessariamente lì fin dall’inizio.

Jiajia Zhang

Possedere un appartamento è enormemente importante nelle società asiatiche, soprattutto in Cina. È un segno di maturità e di status, ma comporta anche una pressione schiacciante – una spinta disperata a condurre una vita “normale”. Ho sentito questa pressione da parte della mia famiglia di Shanghai, che hanno tentato di indottrinarmi con le loro idee sul senso di “vivere bene”, io la pensavo diversamente.

Per anni ho messo da parte quelle aspettative, rimandando la maternità fino ai miei quarant’anni, quando finalmente ho avuto una figlia. Non so come sarebbe andata la mia vita se fossi rimasta in Cina. In Svizzera ho una nuova lingua e, attraverso un processo frammentario – costruito parola dopo parola – ho iniziato a raccogliere anche altri frammenti: testi in biblioteca, ritagli di riviste, immagini, conversazioni. A poco a poco, tutto quel materiale ha dato forma a un nuovo modo di pensare a me stessa, non definito dalle aspettative dei miei genitori.

A loro, piacevano la matematica e le scienze, mentre io ero attratta dal linguaggio, dalla letteratura e dalle immagini. Abbiamo trovato un compromesso: ho studiato architettura al Politecnico federale di Zurigo. La formazione in architettura è intenso – le lezioni finiscono alle cinque, ma già la prima sera si resta fino a mezzanotte, e così per tutti e sette gli anni di studio. Si è costantemente spinti al limite di ciò che si può dare. Molti ambienti di lavoro sfruttano questa dinamica per ottenere il massimo dagli impiegati: stage e altri tipi di contratti poco tutelanti soggetti a scarso controllo e che incontrano scarsa resistenza. Col tempo, tutto questo diventa normale. Durante gli studi, i miei sono tornati a Shanghai e, inaspettatamente, ho avuto un po’ di spazio per respirare. Da bambina mi sentivo soffocare,ora vengono a trovarmi una volta all’anno, soprattutto per vedere mia figlia.

Ho una visione complessa della Svizzera: è vincolo e liberazione insieme. Mi ha insegnato che la realtà non è fissa, che le identità – come le lingue – possono essere smontate e ricomposte. Mi ha offerto libertà, eppure è rimasta uno spazio vuoto: silenzioso, misurato, una via di mezzo senza estremi.

Aurelia Guo

Ho trascorso un breve periodo vicino a Zurigo quando ero studentessa universitaria e frequentavo uno studente svizzero in mobilità internazionale che studiava ingegneria al Politecnico federale (ETH). Ho imparato qualcosa sul sistema educativo svizzero, sulla sua stratificazione sociale, anche all’interno della professione di ingegneria.

Metto in relazione la tua esperienza alla storia della migrazione lavorativa cinese e al razzismo anti-cinese: la percezione degli asiatici orientali come automi efficienti, bravi in matematica, instancabili di fronte a settimane lavorative di ottanta ore – privi di creatività, spirito critico e orientamento politico – e la pressione a conformarsi a queste aspettative. Molte di queste idee sono rimaste immutate sin dall’epoca delle ferrovie, a partire dalla metà dell’Ottocento.

Col tempo, ho imparato a osservare il sistema educativo cinese, francese, tedesco e australiano con sguardo più distaccato. L’enfasi dei genitori sull’istruzione era pensata per garantire mobilità sociale – nel mio caso è andata bene, anche se in modo indiretto – ma questi sistemi non sono meritocratici. Ogni sistema educativo consolida disuguaglianze. Nel Regno Unito, professioni come quelle legali, mediche o architettoniche sono in declino: nonostante anni di formazione, i laureati finiscono per essere sottopagati e sfruttati. Il privilegio e il potere offrono maggiore libertà di sottrarsi alla conformità sociale – di scegliere carriere artistiche, identità queer o politiche radicali. La sopravvivenza, invece, può significare rinunciare a tanto, come accade ai lavoratori migranti che guidano i taxi a Shanghai.

Jiajia Zhang

Alla facoltà di architettura lavoravamo con rendering e collage, assemblando immagini. In quelle visioni erano già inscritti concetti di classe sociale e idee su cosa potesse essere una “buona vita”. Quel processo mi è rimasto dentro, plasmando il mio modo di pensare, ma mi ha reso anche più critica verso le immagini – più sospettosa del modo in cui costruiscono realtà che possono essere al tempo stesso seducenti e vuote.

Penso ai grattacieli di Shanghai in questi termini: di giorno appaiono quasi opachi, privi di vitalità, ma di notte, sotto strati di luce, si trasformano in qualcosa tra realtà e finzione – proiezioni di desideri e aspirazioni. Questo gesto di assemblare frammenti in un insieme provvisorio è legato al mio metodo di lavoro, e lo riconosco anche nella tua pratica. Il mondo è fatto di frammenti, e anche l’identità emerge da questa stratificazione continua.


Aurelia Guo

È indicativo che molti degli edifici che mi hai mostrato siano nati come immagini generate al computer – e che ne conservino l’aspetto. Eppure esistono. Sono esposti sia all’ambiente costruito che a quello naturale – smog, fumo, pioggia, umidità. Questo li rende luoghi di memoria, fantasia e altre forme di produzione di senso.


Jiajia Zhang

Un artista e regista, durante l’Art Week a New York, ha definito brutta l’architettura di Shanghai. Aveva ragione, ma anche torto. Gran parte dello skyline parla il linguaggio globale del vetro e dei centri commerciali: un’estetica che sovrascrive le storie locali. Molti edifici sono davvero anonimi, costruiti in fretta, pensati per il profitto più che per la memoria, spesso copiando stili mal digeriti.

Eppure, voglio difenderli – forse perché ho visto il lavoro che c’è dietro: operai che trasportano acciaio e vetro nella calura estiva, famiglie che acquistano questi appartamenti e li fanno propri, riempiendoli di piccoli sogni e storie personali.

Ma una città costruita troppo fedelmente su un’idea astratta di “città moderna” è rischiosa. Il pericolo è di appiattimento, di cancellazione della memoria, di spazzare via comunità. L’ho visto succedere a Shanghai, dove le persone vengono sfollate a una velocità vertiginosa. Mi ricorda quei video che simulano il “futuro” di Gaza: pieni di hotel di vetro, lungomare perfetti, torri di lusso – lo stesso copione architettonico proiettato con violenza, un futuro costruito su un oblio deliberato.

C’è qualcosa anche nell’aspirazione inquieta di Shanghai, nel suo tendere verso un’idea occidentale di modernità. Gli edifici portano apertamente addosso questo desiderio; assomigliano a magliette tradotte male, con slogan incoerenti e parole sbagliate – goffe, strane e in qualche modo poetiche proprio nelle loro fratture. Si vede una città a metà frase, che cerca di mettersi al passo, di appartenere.


Aurelia Guo è una scrittrice e ricercatrice con base a Londra. Il suo libro più recente è World of Interiors (Divided, 2022). È docente di Diritto presso il Goldsmiths, University of London.

Jiajia Zhang lavora con i media digitali (immagini in movimento), il video e la fotografia, presentandoli attraverso installazioni spaziali. Riorganizza materiali visivi, propri o trovati, in costellazioni precise che mettono in relazione i frammenti in modi inaspettati. Così, fenomeni sociali e prodotti di massa si incontrano con dettagli minori, come video privati su YouTube o post su Instagram. L’artista apre una zona di confine carica di tensione, dove il personale e il generico si fondono, mettendo in discussione le definizioni consolidate di pubblico e privato. Da un lato, il suo lavoro offre un inventario visivo della realtà; dall’altro, ci mette di fronte all’elemento speculativo insito nella percezione stessa. Jiajia Zhang ha studiato architettura al Politecnico federale di Zurigo (ETH Zürich, 2001–2007) e fotografia all’International Center of Photography di New York (2007–2008). Nel 2020 ha conseguito un MFA presso la Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK). Il suo lavoro è stato esposto, tra gli altri, a Milieu (Berna); Cordova (Barcellona); Istituto Svizzero (Milano, 2024); Nottingham Contemporary (Nottingham, 2024); Giorno Poetry Systems (New York, 2024); All Stars (Losanna, 2023); Kunstmuseum St. Gallen (2023); Kunstraum Riehen (Basilea, 2023); Fluentum (Berlino, 2022); Swiss Art Awards (Basilea, 2025, 2022); FriArt (Friburgo, 2022); Coalmine Gallery (Winterthur, 2021); Kunsthaus Glarus (2021); Fondation d’entreprise Pernod Ricard (Parigi, 2021); Haus Wien (2020); Kunsthalle Zürich (2020) e Kunsthalle St. Gallen (2019).

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