
In una fresca giornata di fine ottobre, la scrittrice Nell Zink ha incontrato l’artista Marina Pinsky al Café Tiergarten di Berlino per la conversazione che segue. Pinsky abita di fronte a questo caffè, nel quartiere Hansaviertel, un tempo celebrato come banco di prova per la vita moderna. Nel 1957 architetti come Arne Jacobsen, Oscar Niemeyer e Walter Gropius furono invitati, nell’ambito della Mostra internazionale dell'edilizia, a progettare gli alloggi sociali per il nuovo quartiere. Pinsky vive in un appartamento nell’edificio progettato da Egon Eiermann e attualmente lavora in uno studio dall’altra parte della strada, nell’edificio di Alvar Aalto. Il quartiere attraversa la sua produzione artistica – l’ultima mostra personale, Tomorrow Never Comes (2024), è stata ospitata da Grotto, uno spazio espositivo collocato proprio tra questi due edifici. Zink vive a circa un’ora a sud-ovest della capitale, ma il suo ultimo romanzo, Sister Europe (2025), si svolge nell’arco di una sola notte a Berlino Ovest, nel quartiere Tiergarten, tra l’Hotel Intercontinental e il Burger King, nell’ex padiglione d’ingresso dell’Interbau.
Le immagini che accompagnano il testo sono state realizzate da Pinsky nel suo studio.

Devo ammettere che ho completamente dimenticato com’è la tua arte! Ho un amico curatore che mi manda continuamente immagini di mostre, e nella mia testa è tutto un unico, grande miscuglio.
Ho studiato fotografia, ma adesso faccio molte altre cose: sculture, murales, installazioni. Sono a Berlino da circa dieci anni, anche se per gran parte di quel periodo ho vissuto a Bruxelles. Berlino è una grande città con molte risorse e istituzioni, ma non credo esista un sistema in grado di sostenere il numero di artisti presenti. Certo, conosco anche persone che fanno altro. Tu frequenti altri scrittori?
No, per niente. L’ho fatto un paio di volte, e poi due di loro mi hanno inserita nei loro romanzi in modi poco lusinghieri.
Inserisci persone o luoghi reali nei tuoi romanzi?
In Sister Europe,un personaggio è ispirato da una donna elegante che deve sua cultura e raffinatezza al suo retroterra e all’ambiente in cui vive. Eppure, sul piano intellettuale, è sempre un po’ in difficoltà, perché vive in un mondo in cui i sentimenti contano davvero. Non deve giustificare le sue opinioni – o se lo fa, le basta dire che le piace o non le piace qualcosa, perché lo fa sempre con grazia naturale. Poi c’è il suo bungalow, un luogo immaginario. Non si trova a Hansaviertel. Eppure una volta ho incontrato qualcuno che mi ha detto di conoscere non solo la casa, ma anche la donna che ci abita. Mi inquieta che, tra tutte le improbabilità che ho scritto, sia proprio quella in cui la gente crede.
So che non esiste perché conosco davvero tutte queste case. Ma sembra vera per come ne scrivi. Succede spesso nel romanzo. Volevo chiederti come mai hai scelto Hansaviertel come ambientazione. Il Burger King è l’edificio più bello del quartiere e mi ha fatto molto piacere che gran parte del libro sia ambientata lì. Ho anche realizzato un’opera su quel tema, un murale a Grotto, uno spazio espositivo vicino a Hansaplatz. Il disegno si ispirava a un piano di ristrutturazione dell’edificio del Burger King, con l’aggiunta delle forme tratte da 3 Standard Stoppages (1913-14) di Marcel Duchamp. Un vicino di casa, che fa parte del Bürgerverein, mi ha mostrato il progetto. In realtà Burger King ha fatto un ottimo lavoro nel preservare l’edificio originale, quindi il quartiere spera che il Burger King resti, perché la città di Berlino ha venduto i diritti sul terreno su cui sorge l’edificio e la zona potrebbe essere destinata a uno sviluppo in altezza. Di solito, quando leggo romanzi, voglio fuggire dal luogo in cui mi trovo, ma il tuo libro è stata per me una vera rivelazione: mi ha fatto vedere il quartiere con occhi diversi.
Il contesto può suonare surreale, e forse non mi crederai. Ma ero una birdwatcher. Pur essendo povera in canna, avevo un binocolo di pregio. Un giorno, mentre osservavo gli uccelli allo zoo, ho conosciuto un ragazzo che faceva la stessa cosa . Abbiamo iniziato a parlare di Berlino e io ho detto: “È un posto davvero strano. Ci sono sei persone ricche e tutti gli altri sono poveri”. Lui mi ha fatto notare che, in realtà, a Berlino esistono quartieri della classe media. Alla fine sono diventata una scrittrice pubblicata e, tramite il mio amico Jonathan Franzen, sono entrata in contatto con queste persone super-ricche che vivevano su due piani di una grande casa. La ‘man cave’ lì dentro sembrava uscita da un film di James Bond. Volevano cenare con me. Quando per la prima volta incontri i ricchi di Berlino – all’ impressionabile età di cinquantatré anni – le ruote si mettono a girare. Era materiale per un romanzo. A Berlino ci sono molti gay, e tradizionalmente sono aperti con chiunque sia divertente. Non c’è quella rigida mentalità eterosessuale tedesca per cui certe persone vengono tenute alla larga perché potrebbero incontrare tua figlia. È così che nasce il personaggio di Radi nel mio romanzo.
Hai romanzi mai portati a termine, o un libro si forma quasi da sé?
Conosco persone che hanno manoscritti incompiuti. Ma molti scrittori considerano la scrittura una funzione – quasi un algoritmo – o qualcosa che il corpo fa da sé. Hanno una pratica di scrittura: scrivono anche quando non hanno materiale. Non stanno confezionando un prodotto. Io scrivo lettere, e-mail e messaggi, e a volte mi siedo e scrivo un romanzo. Adesso mi do cinque anni, perché il mio agente mi ha detto che il mercato è crollato.

È interessante che non sia qualcosa che senti come un obbligo.
Ho un racconto in uscita su The New Yorker che ho scritto per capriccio, infastidita dal fatto che si erano rifiutati di pubblicare un estratto di Sister Europe. Detto questo, il romanzo è davvero difficile da estrarre in frammenti, perché nei primi capitoli presento i personaggi e poi li lascio liberi di interagire tra loro. L’editor che lo ha rifiutato ha chiesto al mio agente se avessi dei racconti. Mi è sembrata una consolazione, e tra l’altro non avevo nulla di inedito. Così quella sera mi sono seduta a scrivere qualcosa e la mattina dopo l’ho spedita – non al mio agente, ma a lei. Non dovresti mandare alle spalle del tuo agente un racconto scritto la sera prima a un redattore del New Yorker.
Com’è stata accolta?
Mi ha risposto dopo un paio di mesi. Le era piaciuto molto, ma mi ha chiesto se volevo trasformarlo in un racconto più completo. Le ho risposto che no, grazie, non mi interessava. Essendo una professionista consumata, ha inoltrato quell’e-mail al mio agente, che ha scoperto, con mio grande orrore, che stavo maltrattando un redattore del New Yorker. I miei migliori istinti hanno preso il sopravvento e mi sono seduta a rivedere la storia.
Non conosco bene il rapporto scrittore-agente; sono più familiare con la relazione artista-gallerista. Come funziona? Quanto spesso vi sentite?
Io scrivo romanzi, quindi mi conosce piuttosto bene. Quando sono a New York, capita di pranzare insieme, ma non ci sentiamo costantemente. È una brava donna d’affari e un’ottima agente. Conosco molti scrittori il cui agente è semplicemente un compagno di college, ma a me piace conoscere la natura dei rapporti. Le relazioni professionali e personali si confondono spesso, specialmente in posti come Brooklyn; è così che mi sono ritrovata a essere inserita nei romanzi altrui. Penso che una delle cause dell’ondata di autofiction sia l’epidemia di disturbo narcisistico di personalità. Un tempo si sapeva che un romanzo d’esordio tende ad essere autobiografico e che le autobiografie vengono romanzate: si abbelliscono, si inventa, si omette. Oggi la gente scrive un’autobiografia e la chiama autofiction. Vanno in vacanza, tornano e scrivono un libro su quel viaggio: è così che finanziano la vacanza.
Nella fotografia, almeno ai miei tempi da studentessa, era molto di moda rovinarsi la vita. Tutti veneravano Nan Goldin, che aveva frequentato quella scuola trent’anni prima; era una stella polare per molti dei miei compagni più giovani quando ero all’università. Ma per me l’autofiction è anche un sottoprodotto dei social media: la gente vive in pubblico. Sono su quei canali da decenni, quindi è diventato normale.
Ma l’esplosione del memoir personale è avvenuta prima dei social media. Quella scrittura confessionale nasceva dai blog, e ne ho visto un esempio agghiacciante di recente: Roxane Gay ha pubblicato un programma per i suoi studenti di scrittura in cui figura un pezzo tratto dal New Yorker, scritto da un’autrice che descrive il suo aborto spontaneo in Mongolia. Ha combinato un disastro: era molto incinta, ha accettato un incarico in Mongolia, ha avuto dolori e non poteva farci niente. Racconta di essere sdraiata sul pavimento del bagno di un hotel in Mongolia, a guardare il suo bambino aprire la bocca tre volte prima di morire. È stato pubblicato molto tempo fa e ora lo inseriscono in programmi universitari. Quell’autrice dovrebbe entrare in un programma di protezione testimoni.
Perché avrebbe dovuto pubblicare una cosa del genere?
Si può provare compassione per lei, ma è esattamente questo l’abisso in cui ti conduce l’autofiction: il modo in cui tradisci la gente è non rispettare la privacy. Quando sei una giovane donna che vuole emergere, può essere una via per sfondare. Se c’è qualcosa che possiamo dire con certezza sul pubblico dei lettori, è che vogliono sapere cosa passa per la testa delle giovani donne. Bisogna attraversare il duro periodo in cui si è attraenti senza pubblicare qualsiasi cosa.

Quello che mi piace della tua scrittura è che non fa questa inversione del sé. Piuttosto cerca di immaginare altre vite, di creare rapporti empatici con persone che forse non esistono. Mi piacciono i personaggi, anche quando li trovo un po’ ridicoli.
Quando impari a conoscerli, ti accorgi che la maggior parte delle persone non è all’altezza dei propri modelli di integrità intellettuale. Tutto ciò che pensano ha senso per loro, ma quando presti più attenzione le cose cominciano ad apparire satiriche. La realtà non convince. Se inizi una storia con un evento reale, alla fine spesso devi toglierlo perché non ha la struttura giusta. In rari casi è come quella cerimonia letteraria attorno alla quale ruota Sister Europe: era mitica. Se avessi scritto esattamente ciò che è successo, sarebbe stata una bella storia. Ma ho dovuto mescolare le cose , e il momento in cui cambi qualcosa tutto il resto si sposta. Mi fido della pattern recognition...
Il filosofo David Lewis ha una teoria dei mondi possibili chiamata “realismo modale”, basata sulla probabilità. In un mondo esattamente come il nostro, se i canguri non avessero la coda, cadrebbero. Ma nel realismo modale puoi immaginare un mondo in cui i canguri non hanno coda e immaginare le conseguenze.
Nella hard sci-fi, se cambi un piccolo dettaglio sul funzionamento del mondo, tutto il resto deve adattarsi.
Un dettaglio cambia un mondo intero – cosa succede se schiacci la farfalla?
Ho scritto un altro romanzo, Avalon (2022), che è la cosa più vicina che abbia fatto all’autofiction. Parla di una strana relazione che ho con un uomo che ora è professore all’Università di Zurigo e che conosceva alcune persone del Robert Walser Center di Berna. Lui mi ha messa in contatto con loro, perché sono una grande fan di Walser, e mi hanno procurato una cattedra come docente ospite presso l’Università di Berna. Sto lavorando a qualcosa su Walser che richiede incredibili quantità di ricerca. C’era qualcosa tra Walser e Walther Rathenau – nessuno sa esattamente cosa – ma è qualcosa che si incastra come un puzzle, o potrei inventare un pezzo di puzzle che ci stia. Rathenau era l’erede folle della fortuna AEG. Scriveva molto e aveva una grande opinione di sé, e non necessariamente senza fondamento. Pensava che il capitalismo monopolistico fosse il punto di arrivo, ma non nel modo in cui la vedeva Marx. Se si voleva evitare il comunismo, riteneva che fosse necessario un tipo di socialismo monopolistico. Si lasciò reclutare come ministro dopo la sconfitta nella Prima Guerra Mondiale. Persino sua madre gli disse che sarebbe stato assassinato dai conservatori. Era ebreo, il che fu la ciliegina per i proto-fascisti. Stranamente, quando Walser scrisse il suo ultimo romanzo nel 1925, fece ruotare gli eventi attorno alla morte di Rathenau. Nessuno sa il perché, ma io ho una teoria.
Qual è la tua teoria?
Beh, in un pezzo inedito Walser definisce Rathenau impotente. Non credo che avessero una relazione, per così dire. Ma chi può dirlo?

Nell Zink è cresciuta nella regione di Tidewater, in Virginia. Ha svolto diversi lavori nei servizi e nell’amministrazione prima di diventare una scrittrice professionista all’età di cinquant’anni. Fino ad allora, le sue pubblicazioni si limitavano a una fanzine indie rock e a un blog di breve durata, Animal Review. I suoi libri pubblicati finora includono The Wallcreeper, Mislaid, Private Novelist (due novelle scritte per il suo amico Avner Shats), Nicotine, Doxology e Avalon. Tre dei suoi libri sono stati selezionati come New York Times Notable Books, e uno è stato incluso nella longlist del National Book Award. I suoi scritti sono apparsi su n+1, Granta e Harper’s Magazine. Nel 2022 è stata Friedrich Dürrenmatt Guest Professor for World Literature presso l’Università di Berna, in Svizzera. Vive nei pressi di Berlino.
Marina Pinsky studia come le immagini possano funzionare come modelli del mondo – materiali, spaziali e ideologici. Partendo dalla fotografia, realizza opere in diversi media che trasformano il modo bidimensionale della visione fotografica in forme tridimensionali, spesso attraverso elementi scultorei. Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali in istituzioni quali La Loge, Bruxelles, BE (2023); Simian, Copenaghen, DK (2021); Kunstverein Göttingen, Göttingen, DE (2018); Vleeshal, Middelburg, NL (2017); Kunsthalle Basel, CH (2016); e in mostre collettive presso HMKV Dortmund, DE (2025) e Kunsthalle Wien, Vienna, AT (2024); M Leuven, Lovanio, BE (2024); Z33, Hasselt, BE (2023); Galerias Municipais, Lisbona, PT (2022); SMAK, Gand, BE (2018); WIELS, Bruxelles, BE (2017 e 2015); Kunstverein Düsseldorf, Düsseldorf, DE (2016); il Museum of Modern Art, New York, USA (2015); Hammer Museum, Los Angeles, USA (2014). Le sue opere fanno parte della collezione del Museum of Modern Art di New York. Nel 2026 presenterà una mostra personale alla Galerie Greta Meert di Bruxelles e il suo lavoro sarà incluso in presentazioni collettive al KANAL Centre Pompidou di Bruxelles, alla Amant Foundation di Brooklyn, NY, e al Kölnischer Kunstverein; all’inizio del 2027 inaugurerà inoltre una mostra personale al CAC Synagogue de Delme, in Francia.
Tutte le immagini sono per gentile concessione dell’artista.