
Eccoli lì, Salvo e Sciascia, sul sedile posteriore di un taxi sul Lungotevere, di fronte Castel Sant’Angelo. Il tardo pomeriggio dell'autunno del 1988 è insolitamente caldo e il tassista – forse per la prossimità del Vaticano, forse perché aveva inanellato un paio di semafori verdi di fila – era silenzioso. La quiete e l’aria piacevole dai finestrini abbassati invogliano l'artista quarantunenne e lo scrittore sessantasettenne a sciogliere i pensieri e seguirli da lontano: curiosi di scoprire dove sarebbero finiti, senza realmente preoccuparsene.
Noi, però, siamo curiosi e ipotizziamo.
Salvo prende un pacchetto di sigarette e ne offre una a Sciascia che accetta sorridendo. Gliela accende prima di accendere la sua. Tira una lunga boccata e osserva gli effetti del tramonto sul mausoleo di Adriano: gli arancioni che su quelle antiche pietre sfumano al rosso, l’angelo sulla cima il cui grigio bluastro passa dall'azzurro al rosa. Pensa alla Sicilia, ai tramonti della sua infanzia sulle colline di Leonforte. La luce era la stessa, ma al contempo differente, come l'acqua di una fonte che si adatta a diverse foci. Il contrario di quel documentario sul viaggio in Italia con Tarkovskij e Tonino Guerra, dove il regista russo, auto esiliatosi, non è colpito dai monumenti, dalle piazze, dalle cattedrali, ma dai campi arati, dalla terra smossa, perché è uguale, in Italia come in Russia. La bellezza forse è essere capaci di individuare il medesimo in luoghi diversi, cogliere l’unicità nella ripetizione. Come bambini che guardano ripetutamente lo stesso cartone animato o vogliono ascoltare allo sfinimento la stessa storia. Addestrandosi a cogliere la meraviglia, a trovare un tesoro a ogni passo, a riconoscerlo in quanto tale senza bisogno della mappa del tesoro del romanzo di Stevenson.
Sciascia aspira dalla sigaretta offerta, scruta la brace, poi cerca lo stesso arancione vivo sulle pietre di Castel Sant'Angelo, e non si sorprende di identificarlo senza vederlo. Cinque anni prima gli è stato diagnosticato un mieloma che gli offusca la vista, e così si è abituato a guardare più con l'immaginazione che con gli occhi. È forse per questo che nel tempo il suo interesse per l'arte si è concentrato sull’incisione, un mezzo tanto colto quanto popolare. Duplice in quanto nasce da una matrice incisa in maniera speculare, che deve essere lavorata a rovescio per produrre multipli leggibili. Forse questo mistero capovolto per creare un’immagine nitida è ciò che la accomuna alla sua scrittura. O forse perché produce immagini concrete fatte di solchi e rilievi, percepibili al tocco, un giorno, per necessità, anche al buio, senza guardare. Quel giorno, però, pensa al Vaticano e alla Biblioteca apostolica. O meglio, agli archivi della biblioteca. Non c'è strategia migliore di mettere in bella vista alcuni tesori per nasconderne altri. Di alcuni tesori esiste solo la mappa, supposizioni. Non certo l’immediatezza, la sincerità e l’avventura dell'infanzia: la X sulla mappa di quel libro perfetto, dove il tesoro non è inganno, ma motore di viaggi, di gioia, di vita, (devo rileggere Stevenson).
Non è sbagliato pensare che due persone apparentemente distanti, ma con un’affinità profonda, intensa, pensassero le stesse cose di fronte a quel paesaggio; montando su scie diverse di pensieri per poi atterrare al medesimo crocevia, sulla stessa X. Di che natura era la loro affinità? Perché si erano simpatici? Certamente, erano entrambi siciliani e amavano i libri. La scrittura di Sciascia e la pittura di Salvo rivelano un sentire condiviso. Le loro immagini, le loro storie non descrivono, suggeriscono. Sono costruite per essere completate. Nascono spesso da una situazione fattuale. Se ne servono per parlare d'altro, introducendo elementi che sulle prime possono sembrare estranei e che richiedono tempo per essere assimilati. Sciascia usava il format del giallo o del poliziesco per parlare di mafia e dei molteplici volti del potere, e i soggetti di Salvo sono, perlopiù, pretesti per dipingere la pittura.
In Todo modo il protagonista senza nome – un pittore – si trova a un certo punto a ragionare su un paio di occhiali, oggetto chiave della trama, pensandoli sia in termini pittorici – quelli che indossa il santo nel dipinto Sant'Antonio Abate parla col demonio di Rutilio Manetti – che letterari – il mestiere di Spinoza, il racconto di Anna Maria Ortese Un paio di occhiali (“Ed ecco che in questo momento, mentre scrivo, il fatto di ricordare queste immagini (immagini vere e proprie e immagini da parole) mi sorprende e aggiunge inquietudine all'inquietudine. Il personaggio si muove tra visione retinica e visione mentale per mettere a fuoco la realtà, e la sua inquietudine emerge da un mondo fatto di molteplici punti focali inconciliabili.”)

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Si conobbero di persona nell'aprile del 1987, in occasione di una mostra curata da Leonardo Sciascia e Daniela Palazzoli alla Mole Antonelliana Ignoto a me stesso - ritratti di scrittori da Edgar Allan Poe a Jorge Luis Borges, ma si scrivevano già da qualche mese.
Il 5 marzo 1987 Sciascia a Salvo:
«Verrò a Torino l’8 di aprile, per l'inaugurazione della mostra delle fotografie di scrittori: avendola suggerita e avendo scritto la prefazione al catalogo, me ne viene l’obbligo di esser presente (il che non poco mi pesa, ormai abituato alla solitudine, o quasi). Spero d’incontrarla».
E ancora, il 24 marzo:
«Arriverò a Torino l’8 mattina, per l’inaugurazione della mostra, alle 11,30 (non so dove si tiene)».
Tra le sale sotto la cupola della Mole Antonelliana, dopo aver incontrato per la prima volta Salvo, Sciascia fa una breve introduzione al tema dell'esposizione:
“Un uomo che muore tragicamente a trentacinque anni è, in ciascun punto della sua vita, un uomo che morrà tragicamente a trentacinque anni. In poche e secche parole, questo è ciò che Goethe chiamava entelechia, concetto su cui si è costruita questa mostra di ritratti fotografici di scrittori. Con la fotografia la vita viene colta e compresa in un momento congelato, reso eterno, con cui si identifica l'essenza del soggetto rappresentato. Il presente di quando la fotografia è stata fatta, il futuro che è diventato passato, quel tutto che la morte ha concluso. Un sortilegio di contrazione del tempo, colto sul punto della dissolvenza e dell’oblio, e proprio per ciò investito da un estremo fulgore. Nulla è più vicino all’abolizione del tempo, e contemporaneamente nulla ne è più lontano della fotografia. Un’umile e quotidiana guerra contro il tempo che nella sua violenta e invadente ubiquità raggiunge e sorpassa le altre forme di guerra contro il tempo, ossia la storia e il romanzo”.
Poco dopo, Salvo si avvicina e gli chiede: “Signor Sciascia, mi permette una considerazione?” “Prego, e dammi del tu”. “La ringrazio. Mi sembra che la sua tesi sulla fotografia implichi l'appurato decesso dei soggetti ritratti”. “Sì, infatti nella mostra abbiamo selezionato solo foto di scrittori morti”. “Ecco, con tutto il rispetto, può darsi che nella selezione ci sia stata una svista, a me risulta che Erskine Caldwell sia ancora vivo e vegeto”. “Tecnicamente quello che dici è vero, ma essendo Caldwell un gran gentiluomo, per non scompaginare la struttura teorica della mostra ci ha fatto la gran gentilezza di morire proprio ieri pomeriggio”. I pochi presenti a questo scambio di battute rimasero tra l’indignato e l’impietrito (la vita è fatta di piccole solitudini, come ricorda Roland Barthes ne La Camera Chiara, per rimanere in tema fotografia), Salvo e Sciascia invece si fecero una risata e andarono a prendere un caffè.
Dopo quel primo incontro il tono delle lettere cambia, e il rapporto tra i due evolve da scambio di informazioni su interessi comuni in tenera amicizia.
Salvo, 2 maggio 1987:
«Caro Sciascia, spero che la tua salute sia buona così da consentirti di lavorare felicemente (ti do del tu ma dopo aver vinto delle forti resistenze). Chissà se ci capiterà ancora di vederci. Lo spero. Intanto, a sigillo del nostro felice incontro ti mando (nella speranza che non ti imbarazzi e che ti piaccia) un’acquaforte, in esemplare unico, fatta apposta per te. Accludo anche la lastra».
Sciascia, 15 maggio 1987:
«Caro Salvo, tornando dalla campagna – soggiorno antipatico, e per il tempo e per i miei malanni – trovo la tua lettera e le cose che tanto affettuosamente mi hai mandato. Terrò carissima l'acquaforte, la lastrina (ne ho alcune del settecento, immagini di santi): sintesi arabo-sicula. Tu hai capito che l'acquaforte è l'espressione che io più intendo ed amo. Tanti fogli ho raccolto nella mia vita che non ho più la forza e il tempo di rivedere, di ordinare. Non ho molta sensibilità per il colore, pochissime pitture ho d'intorno. Mi sento perciò più sicuro a dirti che i tuoi disegni sono belli, intensi».
Salvo, settembre 1987:
«Caro Sciascia, è orribile aver bisogno dei medici; certo si può arrivare al punto di desiderarlo. In questo caso tu avrai a disposizione i migliori e tutto si risolverà nel migliore dei modi. Io però mi ostino ad augurarti che la natura provveda ad arrestare i progressi del male. Se e quando comunque verrai a nord sappi che sarò felice di incontrarti nel tuo tempo libero, anche a Milano, dove mi reco sovente avendo lì i miei principali mercanti. E se verrò in Sicilia la speranza di vederti per qualche minuto sarà il mio primo pensiero».
Sciascia, 2 agosto 1987
«Me ne sto in campagna: a scrivere, tanto per cambiare, il piccolo libro di ogni estate. E leggo anche, ma pochissimo: la vista sempre più declina; appena avrò finito di scrivere il libro, verrò al nord, nella speranza che almeno si fermi la caduta. (…) Dal catalogo che ora mi hai mandato, capisco di più, e meglio, la tua pittura: ma sempre desidero, la pittura, vederla non riprodotta».
Sciascia, 22 settembre 1987:
«(…) A Milano, sto sempre all’albergo Manzoni di via Santo Spirito. Ho chiesto all’oculista Brancato, nostro conterraneo, considerato tra i più esperti in fatto di laser, un appuntamento (…). Vedremo (è il caso di usare con speranza il verbo vedere). Ma conto, almeno per una giornata, di venire a Torino: a fare, in tua compagnia, un giro per librerie».
Salvo, 2 febbraio 1988:
«Sciascia carissimo! Ecco le ragioni per cui ti scrivo soltanto ora: la discrezione chiedeva (contro il mio desiderio) che passasse qualche giorno dal nostro incontro a Milano (felice incontro, per me, dal cui ricordo traggo continui insegnamenti). (…) Per di più dovevo aspettare che s’asciugasse il quadretto che ho fatto per te. Spero ti piacerà. (…) E a proposito di libri, mi perdonerai se dico due parole sul tuo? Lo ritengo uno dei tuoi migliori. Anche se la tua “media” è sempre stata “straordinariamente” alta, questo, nuovo, scritto più per il futuro che per il presente, ha una leggerezza che mi ricorda le nuvole. Malinconico anche, ma come può esserlo un colorato crepuscolo. Complicato nei suoi significati così da consentire e volere diverse letture. E la conferma del raggiungimento di quella che SA'DI chiama “l'inaccessibile semplicità”».
Sciascia, 12 febbraio 1988:
«Caro Salvo, sono lieto di avere tue notizie — e lieto del dono (sta davanti a me, appoggiato a dei libri, questo crepuscolo siciliano di cui si può pure dire che è di “inaccessibile semplicità” — espressione che mi piace molto)».
Salvo, 5 aprile 1988:
«Caro Sciascia, t’immagino in una verde oasi, con qualche macchia di rosa di alberi in fiore. (…) Quando sarai a Milano proverò a cercarti e se non ti sarai impegnato con altri mi farà piacere accompagnarti di lì a Torino (con la mia bella Mercedes nuova che tanto fa ingelosire i miei “colleghi”) dove spero che si possa stare un po' insieme e magari se ci fosse una bella giornata, mostrarti qualche bell’angolo della regione».
Salvo, 1 luglio 1988:
«Sciascia! Mio carissimo amico (posso dire così? O un abbaglio me lo fa dire?) (…) Mi è spiaciuto, ma soltanto un po' di non averti potuto mostrare i miei libri e un quadro di due metri che avevo voluto finire prima del tuo arrivo: un tramonto dove tutto è soffuso di rosso (un rosso inseguito, davvero, per dieci anni) come, nella realtà, ma raramente si vedono tra la fine dell'estate e il primo autunno».
Sciascia, 4 luglio 1988:

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«Caro Salvo, come stai? (Io sempre peggio: e soltanto quelle due o tre ore che dedico allo scrivere mi danno un po' di sollievo — solo che gli occhi, ad un certo punto, mi costringono a smettere)»
Salvo, 12 settembre 1988:
«Caro Sciascia, Leonardo carissimo, (…) In autunno, in inverno, a parte una visita – temo inevitabile – a Parigi, a presenziare a una mia mostra, dovrei andare a Roma, dove la 2RC che realizzava le grafiche di Guttuso mi sollecita ad un contratto piuttosto lusinghiero. Per caso dovrai andare a Roma? Potrei far coincidere la mia alla tua visita e se no potrei fare un 'salto' in Sicilia (mia voce del cuore) dove bere un caffè insieme e chiacchierare per una mezzoretta renderebbe lieve ed agevole il viaggio».
Corre il taxi per le strade di Roma, sfogliando nella sua scia anni fatti di alberi dipinti e alberi mutati in carta, pagine di libri e pagine di lettere, apprensioni, doni e attese. Al crepuscolo la macchina si ferma davanti all'albergo di Sciascia. Lo scrittore scende, si guarda intorno, cerca qualcosa in cielo, poi guarda l'amico e, distrattamente, dice: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. Salvo sorride, guarda per terra, poi guarda Sciascia, serio, e chiede: “Pascal?”. Sciascia ride, alza un poco le sopracciglia e facendo oscillare la mano risponde: “No, quasi. Però siamo lì”.
Poco tempo dopo quell'ultimo loro incontro Adelphi pubblicò Il cavaliere e la morte. Il protagonista è un commissario afflitto da una grave malattia che indaga sull'omicidio di un avvocato. In un passaggio Sciascia gli fa dire: «L’isola del tesoro: una lettura, aveva detto qualcuno, che era quanto di più si poteva assomigliare alla felicità. Pensò: stasera lo rileggerò. Ma ne aveva precisa memoria, avendolo tante volte riletto in quella vecchia e brutta edizione che una volta gli avevano regalato. Aveva perso tanti libri, nei suoi trasferimenti da una città all'altra, da una casa all'altra: ma non questo».
A un anno dall'uscita del libro, la frase «CE NE RICORDEREMO, DI QUESTO PIANETA» — citazione di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, simbolista francese amico di Stephane Mallarmé — fu incisa come epigrafe sulla tomba di Leonardo Sciascia nel cimitero di Racalmuto.
Desideriamo ringraziare l'Archivio Salvo per il prezioso supporto nella preparazione di questo articolo e per aver fornito le immagini che lo accompagnano.
Matteo Mottin è co-fondatore e curatore dell'art project Treti Galaxie. Scrive regolarmente per Il Giornale dell'Arte.
Nato a Leonforte (Enna, Italia) nel 1947, Salvo si trasferì a Torino nel 1956. Alla fine degli anni Sessanta e all'inizio degli anni Settanta, entrò a far parte della scena artistica della città, stringendo legami con figure come Alighiero Boetti, Gilberto Zorio e Giuseppe Penone, oltre ad artisti internazionali tra cui Sol LeWitt, Robert Barry e Joseph Kosuth. Durante questo periodo, iniziò a esporre le sue opere in mostre sia personali che collettive, concentrandosi sulla fotografia e su pezzi basati sul linguaggio, come le iscrizioni su lapidi di marmo. Nel 1973, si dedicò esclusivamente alla pittura, concentrandosi inizialmente su soggetti mitologici e interpretazioni di opere di Raffaello, Carpaccio e altri maestri. Dagli anni Ottanta in poi, il suo lavoro esplorò nature morte, paesaggi urbani e paesaggi - sia mediterranei che di tutto il mondo - caratterizzati da un'indagine continua su luce e colore, una ricerca che continuò fino alla sua morte nel 2015. L'opera di Salvo è stata presentata in numerose mostre personali presso istituzioni tra cui la Pinacoteca Agnelli, Torino (2024); MACRO, Roma (2021); Museo d'Arte della Svizzera Italiana, Lugano (2017); Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2007); Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea, Bergamo (2002); Villa delle Rose, Bologna (1998); Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, e Musée d'Art Contemporain, Nîmes (1988); Kunstmuseum, Lucerna (1983); Museum Folkwang, Essen, e Mannheimer Kunstverein (1977).
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 1921 – Palermo, 1989) è stato uno scrittore, saggista e intellettuale tra i più influenti del Novecento italiano. Ha pubblicato opere narrative e di saggistica che intrecciano indagine civile e invenzione letteraria, tra cui Le parrocchie di Regalpetra (1956), Il giorno della civetta (1961), A ciascuno il suo (1966), Todo modo (1974), Candido (1977) e L’affaire Moro (1978). Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e hanno ispirato adattamenti cinematografici di registi come Elio Petri e Damiano Damiani. Collaboratore di riviste e quotidiani, ha ricevuto riconoscimenti internazionali ed è stato membro del Parlamento europeo e della Camera dei deputati italiana come indipendente di sinistra. Le sue riflessioni sulla giustizia, il potere e la memoria storica continuano a essere al centro del dibattito culturale.