Specular Gnosis
Coleman Collins è un artista, scrittore e ricercatore interdisciplinare. Il suo lavoro esplora le nozioni di diaspora in relazione ai metodi tecnologici di trasmissione, traduzione, copia e reiterazione. I suoi progetti più recenti indagano le connessioni tra le cose nel mondo e le loro approssimazioni digitali, prestando particolare attenzione ai modi in cui gli spazi reali e virtuali sono socialmente prodotti. Mostre e proiezioni recenti si sono tenute presso Ehrlich Steinberg, Los Angeles; e-flux, New York; Herald Street, Londra; Brief Histories, New York; il Palestine Festival of Literature, Gerusalemme/Ramallah; il Carré d’Art di Nîmes; e la Kunsthalle Wien di Vienna, tra gli altri. Le sue opere fanno parte della collezione permanente dell’Hammer Museum di Los Angeles. Nel 2025 ha ricevuto una borsa di studio della Guggenheim Foundation. Ha conseguito un MFA presso l’UCLA nel 2018, è stato artista in residenza alla Skowhegan School of Painting and Sculpture nel 2017 e ha partecipato all’Independent Study Program del Whitney Museum nel 2018/19. Attualmente è Assistant Professor of Art presso la University of California, Irvine. Vive e lavora a Los Angeles.
All images courtesy of the artist.

Avvertivamo sempre più distintamente la sensazione che il nostro mondo fosse stato sostituito dalla sua IMMAGINE SPECULARE, e ne provavamo gioia: tutto ciò che accadeva in quello spazio appariva – ed era – più autentico del nostro, ormai in declino. O quantomeno, più suscettibile di perfezionamento. Il mondo materiale: più gravoso, più deludente.

Le capanne erano edificate in tabby e realizzate dai loro abitanti ridotti in schiavitù, verosimilmente negli anni Venti o Trenta dell’Ottocento. Il tabby era ottenuto da conchiglie di scarto, bruciate a barili in fosse aperte o forni, poi frantumate in particelle di calce e mescolate con acqua, sabbia e conchiglie intere di ostriche o vongole. Il composto veniva colato in fondazioni di legno alte circa 0,3 m e lasciato asciugare. La disposizione degli alloggi è peculiare: in origine c’erano 32 capanne disposte in un arco semicircolare, interrotto dal viale principale che conduceva alla piantagione. Questa configurazione poteva offrire alle famiglie di schiavi un minimo di PRIVACY, ma è anche possibile che i SORVEGLIANTI abbiano organizzato gli alloggi per controllare tutti gli schiavi contemporaneamente dalla casa del proprietario. Le capanne sono state preservate digitalmente dal National Center for Preservation Technology and Training (NCPTT) mediante uno scanner laser Faro Focus S.

Si dice che lo sguardo tenda a rendere gli oggetti (i soggetti?) AUTODISCIPLINANTI.

Ibrahima riceve una lettera con una buona notizia: il nipote gli ha inviato una somma cospicua di denaro dalla metropoli. Si reca in città per incassare l’assegno, ma viene subito bloccato: non può dimostrare di essere chi dice di essere. Scopre – per la prima volta – di NON AVERE DOCUMENTI. La sua identità è incerta.

Per ottenere una carta d’identità, deve farsi fotografare. Per diventare leggibile allo Stato, deve entrare nel MONDO DELLE IMMAGINI.

Un’immagine tratta da un manoscritto miniato del XVI secolo. Raffigura un uomo africano che ASCENDE AL CIELO, trascendendo la propria forma fisica. Nella porzione superiore dell’illustrazione sono visibili soltanto i suoi piedi e una porzione della veste; al di sotto, una moltitudine composta in gran parte da persone africane volge lo sguardo verso l’alto, attonita. Ha due piedi con esattamente dieci dita. Cinque per ciascun piede. NON PIÙ DI CINQUE DITA PER PIEDE! La moltitudine è composta da uomini sapienti, raffigurati secondo i canoni dell’arte rinascimentale. I margini dell’illustrazione sono impreziositi da dorature auree.

Pacificate le tribù dell’interno, si rese necessario organizzare la colonia al fine di amministrarla in modo più RAZIONALE ED EFFICIENTE.

Un oggetto reale nel mondo, scansionato ad alta risoluzione, può trasformarsi in un OGGETTO-IMMAGINE virtuale, costituito da migliaia di fotografie, per mezzo di luce e laser.

Una fotografia a colori del 1985 ritrae una grande dimora in stile piantagione che sta lentamente divorata dalle fiamme. Le lingue di fuoco sono chiaramente visibili. L’edificio è IMPONENTE E ORNATO. Intenzionalmente o meno, evoca una villa palladiana: una sorta di replica. La dimora è arretrata rispetto alla strada principale, collocata su un ampio appezzamento. Sullo sfondo si intravede una foresta leggermente sfocata; alcuni alberi stanno iniziando a essere divorati dalle fiamme. La vegetazione comprende una mescolanza di alberi a foglia caduca e sempreverdi tipici del Sud degli Stati Uniti, tra cui almeno alcune QUERCE SEMPREVERDI. Ai lati destro e sinistro si ergono capanne più modeste, destinate a servitù o schiavi. Non eccessivamente prossime all’edificio principale, ma ancora visibili nell’inquadratura. Le capanne sono DISTANTI dalla dimora.

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